8 Dic 2017
La Nuvola e la fuffa - Come gonfiare i costi degli appalti utilizzando le archistar
Quando sentite parlare di archistar, diffidate sempre. Ed ecco perché.

Il Nuovo Centro Congressi di Roma - meglio conosciuto come la “Nuvola di Fuksas” - incarna in modo tangibile quel buon metodo, di collaudato efficacia, che rende possibile accrescere a dismisura i costi delle progettazioni e delle realizzazioni urbanistiche, con l'obiettivo di drenare enormi quantità di denaro da bilanci pubblici, finanziamenti internazionali, o istituti bancari, verso un numero limitato di tasche.

Più il progetto è avveniristico e “genialmente artistico”, più soldi costerà la progettazione di dettaglio e la successiva realizzazione. E, dunque, più facile sarà giustificare la necessità di grandissimi investimenti. Che potranno quindi fluire elegantemente e in modo pienamente giustificato dalle fonti finanziarie disponibili (istituzioni, banche, ecc.) ai destinatari finali (progettisti, imprese).

Per giocare questo gioco al meglio, però, ci vuole un'archistar.

Prendiamo, ad esempio, la “Nuvola”, progettata dallo Studio Fuksas dell'archistar Massimiliano Fuksas. È costata oltre 500 milioni di euro (ripetiamolo: CINQUECENTO MILIONI DI EURO), di cui 30 milioni corrisposti alle società della grande archistar, la “Massimiliano Fuksas srl” e la “Fuksas Associati srl”: 20 milioni per la progettazione preliminare, definitiva ed esecutiva, e 10 ulteriori milioni per la “direzione artistica”.

Come è stato possibile “gonfiare” l'esborso di soldi necessari alla realizzazione Nuvola fino a questi livelli celestiali?

Semplice: è bastato affidare l'incarico della progettazione all'archistar internazionale Massimiliano Fuksas, con il compito di disegnare qualcosa di inefficientemente complicatissimo, da giustificarsi agli occhi del pubblico crèdulo con la “vena artistica”.

E guardate cosa è riuscito a fare il grande Fuksas. Ecco le immagini dall'interno della nuvola: cosa si può notare? Cosa può notare - a prima vista, 'icto oculi' - l'architetto, l'ingegnere, il progettista professionista?

Osservate bene: ogni singolo pezzo è un pezzo speciale.

Non vi sono travi standard, o rivestimenti standard. Tutto è progettato per essere unico: ogni trave, ogni rivestimento ha la sua specifica forma e curvatura, necessitando dunque di una progettazione unica e dedicata (dunque, costosissima). Per produrlo, sarà poi necessario rivolgersi ad una specifica ditta specializzatissima, in grado di sfornare pezzi singoli e unici dalla propria linea di produzione - ovviamente a prezzi elevatissimi, proprio perché pezzi unici. E anche il montaggio sarà unico e peculiare per ogni pezzo, con procedure complesse e non standardizzabili: il che implica, per la posa in opera, costi enormi.

Come scrive infatti lo stesso Fuksas nel proprio sito, la “Nuvola” è «un’articolazione spaziale libera, senza regole, e una forma geometricamente definita». Tradotto per i profani: costi, costi, e ancora costi. Paradisiaci.

L'archistar è nemica dello standard, della linearità, della semplicità. Perché il suo compìto è proprio quello di gonfiare i costi della progettazione e della realizzazione. E questo può essere fatto disegnando complesse strutture curvilinee, nelle quali ogni elemento è identico solamente a se stesso, e a nessun'altro. L'esatto contrario di una qualsiasi politica di controllo dei costi.

Ecco perché, alla fine, si hanno strutture certamente belle e interessanti, come la “Nuvola” di Fuksas, ma che vengono a costare come piccole manovre economiche. Intascate da pochi soggetti.

E poco importa, alla fine, che il grande architetto strapagato si sia dimenticato di realizzare, nella sua gigantesca struttura, dei bar che possano servire il grande flusso di utenza; o che la cubatura utile resa disponibile dalla “Nuvola” sia minuscola rispetto all'impronta enorme di tutto il gigantesco edificio; o, anche, che risulti evidente già da oggi il gigantesco problema della manutenzione dei 15.000 metri quadri di superficie in tessuto plastico semitrasparente della “Nuvola” - impossibile da ripulire per l'oggettiva impossibilità di accedere alle sue superfici interne, e dunque già oggi deposito di rifiuti vari e, in futuro, di enormi accumuli di polveri e sostanze inquinanti.

Ma cosa importa tutto ciò?

L'importante sono sempre e solo i soldi. Sempre e solo per pochi.

Ricordatevi di tutto questo, quando sentirete ancora parlare di “archistar internazionali” per la progettazione della Basilica di San Benedetto a Norcia.

































2 Dic 2017
La Città degli Uomini, la Città di Dio
In questi post, abbiamo avuto occasione di raccontare la storia della grande speculazione urbanistica di Roma, con particolare riferimento al periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Una storia che gli stessi romani non conoscono affatto, sebbene i residenti di questa disastrata città non facciano altro che scontrarsi, giorno dopo giorno, anno dopo anno, con probemi irrisolti ed irresolubili quali il traffico impazzito, l'impossibilità di trovare parcheggio per la propria automobile, le strade strette soffocate dai palazzi incombenti, l'assenza di aree verdi, l'indisponibilità di spazi sicuri dove portare a giocare i propri bambini.

Sembra che tutto ciò non abbia nulla a che fare con la storia che abbiamo raccontato. Eppure, questi problemi, che rendono la città quel conglomerato difficile che tutti conosciamo, nascono proprio da lì.

Nascono dalla proterva volontà di guadagno di pochi soggetti, interessati a sfruttare il suolo della città nel modo più intensivo possibile, costruendo, edificando, cancellando ogni area libera. «La stessa configurazione fisica di Roma è stata distrutta», scriveva, con la consueta efficacia, Antonio Cederna, «un unico tavoliere di cemento, uno stomachevole, soffocante magma di 'palazzine' e 'intensivo' colma le valli, ricopre le colline, sommerge la campagna, grazie allo sfruttamento dell'ultimo metro quadrato disponibile, quasi ci si fosse proposti di impedire a chiunque di dire: questa era Roma».

E stupisce - e ha stupito anche il vostro scrittore, che nulla conosceva prima di tutto ciò - che tra i principali protagonisti di questo grande Sacco di Roma vi sia proprio la Santa Sede. Il Vaticano.

Il Vaticano, tramite l'azione di un'impresa come la Società Generale Immobiliare, che tanto ha contribuito ad estendere ed allargare Roma in ogni direzione, acquistando terreni e poi edificandoli, fagocitando quegli spazi verdi o agricoli che avrebbero potuto costituire, invece, una valvola di sfogo per una città riempita di palazzi, popolazione, e ancora palazzi. Ancora, il Vaticano, tramite la santa alleanza instaurata dai Salesiani con il marchese-speculatore Alessandro Gerini, per la creazione di interi quartieri edificati sulla celebre Campagna Romana e sulle sue famose rovine.

Dal punto di vista dello storico, sembra quasi che la Santa Sede abbia voluto conseguire la propria rivincita su quella Roma che le era stata strappata con la forza, dopo il 1970, dal nuovo Stato italiano, e che prima apparteneva a lei: la città veniva ora riconquistata metro per metro, anche se non dal punto di vista politico, ma grazie, invece, ad infinite e pervasive colate di cemento. Una visione certamente suggestiva; ma la spiegazione vera, in fondo, è molto più semplice: si è trattato, più banalmente, di semplice e arida bramosìa di guadagno.

Grandissime ricchezze sono state infatti create grazie alla favolosa moltiplicazione dei profitti, ottenibile trasformando un terreno rurale in uno edificabile, e poi in un palazzo alto otto piani: da dieci a venti volte nel corso del primo passaggio, e poi un ulteriore fattore moltiplicativo nel secondo. Ci chiediamo allora: se con questo metodo, limitato solamente alla prima fase, il marchese Gerini ha potuto accumulare almeno 1.500 miliardi di vecchie lire (in realtà molti di più, se si andassero a individuare i beni all'estero e nei paradisi fiscali), quali inconcepibili cifre può avere accumulato la Società Generale Immobiliare, che ha estensivamente applicato anche la seconda fase, costruendo dal nulla giganteschi quartieri?

Dove sono finiti tutti questi soldi, che - ricordiamolo - in gran parte erano addirittura esentasse?

E, infine, un'ultima domanda, che intendiamo lasciare all'approfondimento e all'analisi degli storici di professione: quanti di questi soldi sono finiti alla politica?

La domanda non è affatto peregrina. Ricordiamo, infatti, che i diari di Alessandro Gerini, ritrovati dopo la morte del marchese, raccontano di tangenti per 15 miliardi, relative ad una sola speculazione edilizia, quella relativa ai palazzi di Viale Ciamarra e Via Martini da vendersi al Ministero delle Finanze. E che la Fondazione creata da Gerini e gestita dai Salesiani avrebbe avuto, forse, raccordi con lo IOR, per il transito di capitali verso l'estero. Lo stesso IOR che deteneva il pacchetto di controllo della Società Generale Immobiliare, capace di orientare le scelte dei sindaci di Roma in favore dei propri interessi speculativi, come efficacemente dimostrato dall'esemplare vicenda dell'Hilton.

In ultima analisi, si è visto come, andando ad approfondire le vicende della grande speculazione edilizia ed urbanistica di Roma, non sia stato possibile evitare di andare a toccare quelli che sono stati i grandi, grandissimi misteri d'Italia: l'Istituto per le Opere di Religione, Michele Sindona, gli enormi trasferimenti di valuta all'estero, i paradisi fiscali. Ma la ricchezza generata da questo tipo di speculazione è talmente immensa, talmente titanica che sarebbe stato impossibile non imbattersi negli enigmi italiani di sempre - tutti legati al trasferimento di enormi ricchezze dall'Italia ai molteplici Paesi esteri in grado di garantire l'anonimato sui depositi bancari.

E una considerazione finale ci viene alla mente, per quanto qualunquista e banale possa sembrare. Stupisce - e molto - nel ripercorrere queste vicende speculative, la totale assenza del nome di Giulio Andreotti. Nelle molteplici fonti consultate, le più disparate seppure certificate ed affidabili, non viene mai menzionato.

Eppure, Andreotti è stato non solo il politico maggiormente vicino a quel «blocco edilizio (rendita fondiaria, proprietà immobiliare, costruzioni, abusivismo) che fu l'anima della Dc romana, e che ebbe in Giulio Andreotti il nume tutelare», in grado di far eleggere «sindaci andreottiani come Rebecchini e Cioccetti» che favorissero gli interessi della «Società Generale Immobiliare, cassaforte degli investimenti e delle speculazioni vaticane», come esplicitamente affermato da alcuni commentatori.

Egli è stato anche uno degli uomini politici più vicini, in senso assoluto, al Vaticano, sin da quando, nel 1944, appena venticinquenne, membro della Guardia Palatina d’Onore di Sua Santità, aveva già accesso diretto allo studio privato di Papa Pio XII - Eugenio Pacelli - con il quale si intratteneva per ore; e sin da quando, nel 1947, Monsignor Giovanni Battista Montini - il futuro Papa Paolo VI - aveva convinto Alcide De Gasperi a nominarlo, lui giovanissimo, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. L'uomo che Francesco Cossiga ha definito come «un grande statista del Vaticano, il segretario di Stato permanente della Santa Sede». L'uomo che venne descritto dal Cardinale Ersilio Tonini con queste parole: «Andreotti ascoltava la Santa Sede e la Santa Sede ascoltava lui».

Possibile che un uomo così potente nella Roma degli anni 1950 e 1960, così legato al Vaticano e ai suoi interessi, non abbia giocato alcun ruolo nella grande speculazione edilizia consumatasi in quegli anni sotto il deliberato impulso della Santa Sede?

Agli storici è demandato il compito di investigare questo importantissimo tema. Perché - ricordiamolo - dietro ai grandi misteri d'Italia vi sono gli enormi flussi finanziari riservati che hanno viaggiato dal nostro Paese verso i paradisi fiscali sparsi ai quattro angoli del mondo, e che - oggi - attendono solo di essere scoperti. Perché, spesso, un conto corrente estero ha raccontato molto di più di quanto non abbiano mai fatto volumi e volumi di storia dei partiti politici.

Concludiamo queste considerazioni con le parole, sempre straordinarie, di Antonio Cederna, l'uomo che ha speso gran parte della propria vita lottando contro tutto questo, contro «l'unico culto autentico praticato dalla società italiana, il culto del lotto e delle aree fabbricabili», riportando sconfitte ma anche mirabili successi, come la conservazione del passato, e quindi del futuro, dell'Appia Antica.

«Roma non è altro oggi che l'espressione topografica della distribuzione della proprietà fondiaria», scrive Cederna, «il suo paesaggio urbano la proiezione dell'abuso e dell'illegalità, traduzione puntuale dei voleri delle società immobiliari, di una banda di imprenditori improvvisati e ladri [... con] il perseguimento del vantaggio privato a scapito dell'interesse comune: questi e non altri sono i criteri adottati dalle forze politiche dominanti, che hanno basato le loro fortune sulla rapina del suolo [...] in nome dei sacri princìpi dell'appropriazione indebita».

Parole che, ricordando ciò che abbiamo raccontato, non possiamo che sottoscrivere integralmente.






















1 Dic 2017
La Società Generale Immobiliare nelle mani di Michele Sindona
È giunto il momento di andare ricostruire il destino e gli ultimi momenti di vita della Società Generale Immobiliare, grande protagonista della speculazione urbanistica ed edilizia nella Roma del dopoguerra, nel contesto della dismissione, da parte della Santa Sede, dei propri investimenti in Italia a partire dal 1968.

Esula dagli scopi di questi post l'affrontare nel dettaglio la complessa tematica relativa all'internazionalizzazione degli investimenti finanziari del Vaticano, un processo che ebbe luogo alla fine degli anni 1960 e che vide protagonisti personaggi come il banchiere Michele Sindona e il presidente dello IOR Paul Marcinkus. Temi scottanti, oggetto ancora oggi di acceso dibattito.

Ricordiamo solamente che, nel 1967, con l'introduzione di nuove leggi che imponevano una pesante tassazione sui dividendi azionari a tutte le società, e dunque anche a quelle controllate dalla Santa Sede, l'Italia era diventata un mercato assai meno appetibile, in concomitanza con la fine del boom economico, durato oltre vent'anni, e con l'aprirsi, nel medesimo tempo, di una stagione di crisi e di dure lotte studentesche e sindacali. Inoltre, il pagamento della cedolare, con gli arretrati (secondo alcuni commentatori, qualcosa come quattro miliardi e mezzo di lire), aveva prodotto pesanti dissesti nelle finanze vaticane.

Il Pontefice Paolo VI decide dunque di procedere alla dismissione delle quote societarie detenute dalla Santa Sede in Italia, al fine di trasferire gli investimenti in aree del mondo con minore tassazione. Tra le quote da dismettere c'è, naturalmente, anche quella relativa alla Società Generale Immobiliare: una partecipazione azionaria che si aggirava intorno al 25% del capitale dell'impresa, all'epoca dotata di un patrimonio superiore a 500 milioni di dollari (oltre 250 miliardi di lire) in terreni e immobili, situati a Roma e nel mondo.

Ma come trovare un acquirente disposto ad investire cifre così gigantesche sulla Società Generale Immobiliare, mentre allo stesso tempo il Vaticano sta tentando di vendere anche un grande numero di ulteriori pacchetti azionari di tante altre aziende controllate, inondando i mercati di offerte?

La soluzione, però, è lì a portata di mano. E si chiama Michele Sindona, il banchiere già ben noto alla Santa Sede. Sarà lui ad acquistare la Società Generale Immobiliare, e anche un paio di altre grandi imprese controllate dal Vaticano.

Ma chi era Sindona? E con quali soldi può permettersi tutto questo?

Michele Sindona, classe 1920, di origini siciliane, laureato in Giurisprudenza, opera come consulente fiscale e tributario a Milano sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Giovanissimo, apre il suo studio nella città ambrosiana, e subito conosce un enorme successo. I suoi servizi divengono immediatamente ricercatissimi. Perche? Perché egli diviene il professionista di riferimento, a Milano, nel campo dell'elusione delle imposte e dell'utilizzo di paradisi fiscali per l'esportazione all'estero di grandi capitali. La ricca borghesia milanese ricorre al giovinotto venuto da Patti, in provincia di Messina, per sentirsi descrivere opportunità fino ad allora sconosciute: evasione fiscale, conti in Svizzera, società cifrate. Per quei tempi, Sindona è un vero pioniere: già nel 1950, egli apre una propria società finanziaria in Liechtenstein, la Fasco AG. Sarà il nucleo e il centro di irradiazione di tutta la sua futura rete - fittissima - di società controllate.

Tra i suoi clienti di quei primi anni 1950 figura proprio la Società Generale Immobiliare, a quell'epoca già controllata dal Vaticano, nonché altre grandi società industriali, come ad esempio SNIA Viscosa. Uno dei suoi clienti più peculiari, però, è un italoamericano, Joe Adonis: un esponente della famiglia mafiosa dei Genovese, attiva negli Stati Uniti; espulso dal Paese nordamericano, Adonis vive in Italia, proprio in quel di Milano.

Ma questo non è tutto. A Milano, Sindona stringe anche altre importanti conoscenze: già alla metà degli anni 1950 egli entra infatti in contatto con l'Arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini, l'uomo che, nel 1963, diventerà Papa con il nome di Paolo VI. Al futuro pontefice, Sindona fornirà importanti consulenze finanziarie.

Sindona non fa mistero del suo acceso anticomunismo e della sua fedeltà alla Chiesa e alla Democrazia Cristiana: diviene dunque il partner ideale per molti vescovi italiani, in cerca di fondi e soluzioni finanziarie per le proprie diocesi non esattamente in floride condizioni.

La fama di mago della finanza creativa aquisita dal consulente siciliano è tale che, nel 1958, di lui si interesserà addirittura il Principe Massimo Spada. Non proprio una figura di secondo piano: Spada è, infatti, il potentissimo Presidente dello IOR, l'uomo che siede nei consigli di amministrazione di decine e decine di società controllate dalla Santa Sede. Si incontrano per la prima volta proprio in quell'anno, a Milano.

I frutti dell'incontro non tardano a vedersi: nel 1960, la Fasco AG di Sindona e lo IOR acquistano - insieme - una banca milanese, il cui nome è Banca Privata Finanziaria. Si tratta di una banca molto peculiare: in primo luogo, è dotata solamente di due sportelli, uno a Milano e l'altro a Roma; in secondo luogo, è autorizzata ad operare sia sul mercato italiano che su quello svizzero. Sindona avrebbe acquisito il pacchetto di controllo della banca, mentre lo IOR sarebbe rimasto nell'azionariato come socio di minoranza.

Siamo ormai nei meravigliosi anni 1960: Sindona sta creando una complicatissima rete di società nei paradisi fiscali di mezzo mondo, ed effettua scorribande finanziarie sui ricchi mercati americani. In Italia, comincia uno scontro sordo tra Mediobanca, guidata da Enrico Cuccia, e lo stesso Sindona per il controllo di alcune tra le più importanti aziende nazionali.

Ma c'è già qualcosa che non va. Nel 1967, Sindona è ufficialmente segnalato dalle autorità investigative statunitensi come possibile mediatore nel riciclaggio di denaro sporco proveniente dal narcotraffico nordamericano. Il 1° novembre di quell'anno, infatti, Fred J. Douglas, capo della Criminal Police Organization di Washinghton, scrive all'Italia: «Recently we have received unverified information that the following individuals are involved in the illicit movement of depressant, stimulant and hallucinogenic drugs between Italy, the United States and possibly other European countries: [...] Michele Sindona [...]». Ma il Questore di Milano risponderà semplicemente che ciò «allo stato degli accertamenti da noi svolti», non risultava. Secondo alcuni autori (A.G.D. Maran, David Yallop), a quell'epoca i fascicoli della CIA su Sindona erano già pieni di riferimenti ai suoi rapporti con una delle più grandi famiglie mafiose di New York, i Gambino, i cui referenti siciliani erano gli Inzerillo di Palermo, i quali provvedevano alla raffinazione degli stupefacenti e all'invio verso i “cugini” newyorkesi.

È con la fine degli anni '60, però, che esplode la grande avventura vaticana di Michele Sindona. È in questi anni che grandi somme di denaro cominciano ad essere spostate dalla Banca Privata Finanziaria verso banche svizzere, lussemburghesi, panamensi e del Liechtenstein. Denaro del Vaticano, provenienti dalle dismissioni in Italia?

In questo peculiare contesto, Sindona viene scelto dal Vaticano come acquirente per la Società Generale Immobiliare: un uomo estremamente fidato, in grado di convogliare le ingenti somme richieste per portare a termine un'operazione di dimensioni così rilevanti. Inoltre, l'accordo tra Santa Sede e Sindona è molto più ampio: il banchiere siciliano non solo acquista, per se stesso, anche le società Condotte d'Acqua e Ceramica Pozzi, ma è altresì incaricato di gestire la smobilitazione di altri importantissimi investimenti vaticani in Italia (Pantanella, Serono, ecc.), reinvestendo il ricavato nell'azionariato di grandi multinazionali americane (Gulf & Western, General Motors, General Electric, Shell, Gulf Oil, IBM, ecc.).

Tutte queste operazioni vengono eseguite in stretto coordinamento con l'Arcivescovo Paul Marcinkus, dal 1968 Segretario dello IOR, del quale il prelato di origine statunitense diventerà Presidente nel 1971.

A questo punto, nel 1969, la Società Generale Immobiliare finisce dunque sotto il controllo di Michele Sindona, tramite la sua società finanziaria Fasco AG, con sede in Liechtenstein. I soldi per finanziare la gigantesca operazione di acquisto provengono dalla stessa Banca Privata Finanziaria, appartenente a Sindona, e da finanziatori stranieri come la famiglia inglese Hambro e la società americana Gulf & Western.

Per Michele Sindona, è un grande colpo. Quell'acquisto lo accredita, infatti, come primario protagonista di un grande mercato industriale e immobiliare, con ramificazioni in diverse aree del mondo. Per la Società Generale Immobiliare, invece, è l'inizio della fine.

Nei successivi cinque anni, l'impero costruito da Sindona comincia a sgretolarsi, sotto il peso delle innumerevoli operazioni finanziarie incrociate realizzate dal banchiere di Patti. La sua Banca Privata Finanziaria - divenuta nel frattempo Banca Privata Italiana - entra in liquidazione. Il commissario liquidatore sarà Giorgio Ambrosoli, l'eroe borghese che, impegnato a dipanare la fitta trama finanziaria intessuta da Sindona attorno alla sua Fasco AG, sarà assassinato l'11 luglio 1979, a Milano, per mano di un killer prezzolato dallo stesso Sindona.

Nel 1976, la Società Generale Immobiliare si presenta come una società ormai svuotata, gravata da perdite d'esercizio per ben 60 miliardi e da un debito di dimensioni insostenibili. La società passa dunque nelle mani del Banco di Roma, il principale creditore di Sindona, e poi, nel 1977, ad una cordata di costruttori romani guidata da Arcangelo Belli, Alvaro Marchini e Mario Genghini, i quali ne acquistano il pacchetto di maggioranza per 110 miliardi di lire. La denominazione sociale diviene “Società Generale Immobiliare SOGENE S.p.A.”.

Il finale, per una società che era stata protagonista delle più grandi speculazioni urbanistiche della Roma moderna, è ancora più malinconico. I nuovi soci non riescono a concordare una via verso il risanamento con il Banco di Roma, principale finanziatore delle attività edilizie della Società. Per ben due volte, si tenta il consolidamento del debito societario, ormai del tutto fuori controllo; si dismettono, inoltre, le proprietà immobiliari di maggior pregio. Il tracollo, però, è ormai inevitabile. Nel marzo 1985, si giunge all'amministrazione controllata. Successivamente, nel 1987, con 200 miliardi di indebitamento e perdite d'esercizio per 15 miliardi, il Tribunale Fallimentare di Roma ammette la Società al concordato preventivo con i creditori. Fino all'ultimo, drammatico atto: la liquidazione e lo scioglimento definitivo dell'impresa.

Correva l'anno 1988. Giungeva in questo modo a conclusione la vicenda di una società nata ben 126 anni prima, quando l'Unità d'Italia era ancora un evento nuovo e straordinario.

Una parabola che aveva condotto la Società Generale Immobiliare sino all'apice di un potere quasi assoluto, esercitato sull'intera città di Roma.

Quella società, oggi, non esiste più. Ma esistono ancora, ben visibili, i segni lasciati da quel potere, sul corpo vivo della città Capitale d'Italia. Segni indelebili, che marcano e marcheranno la vita di tutti coloro che, oggi e nei secoli a venire, abiteranno questa meravigliosa, violentata città. Per la quale sarà necessario spendere ancora alcune parole, che andranno a chiudere questa ulteriore serie di post sulle grandi speculazioni di Roma.


















28 Nov 2017
La grande smobilitazione delle finanze Vaticane dall'Italia
Società Generale Immobiliare: una storia lunghissima, cominciata, come abbiamo visto, con la fondazione nel 1862, e continuata poi con una lucrosa cavalcata attraverso la peggiore speculazione urbanistica nella città di Roma, fino all'acquisto da parte del Vaticano nel 1935 e all'assunzione di un ruolo da protagonista nella disastrosa espansione urbanistica romana del secondo dopoguerra, il cui simbolo più squallidamente espressivo è l'albergo Hilton a Monte Mario.

Ma che fine ha fatto, oggi, la Società Generale Immobiliare? Esiste ancora? Chi ne è stato l'ultimo proprietario?

Come è già accaduto altre volte in questa nostra narrazione relativa alla grande speculazione urbanistica romana - una vicenda dai fantasmagorici profitti protrattasi per decenni - la vicenda che raccontiamo va ad intrecciarsi con alcuni dei più grandi misteri d'Italia. Ma vediamo come.

Siamo giunti al 1968. Da molto tempo, ormai, la controllante vaticana della Società Generale Immobiliare si chiama IOR, Istituto per le Opere di Religione: la banca della Santa Sede.

Proprio in quell'anno - e non molti sono a conoscenza di questo particolare - la Società Generale Immobiliare portava a compimento una delle sue più grandi realizzazioni all'estero: il Watergate Complex, il gigantesco complesso formato da sei enormi edifici posto nel pieno del potere americano, a Washington, sulle rive del fiume Potomac, non lontano dalle più importanti sedi governative federali e dai monumenti che celebrano la grandezza degli Stati Uniti, su terreni acquistati già nel febbraio del 1960. In uno di quei palazzi, si svilupperà il notissimo scandalo Watergate, che porterà, pochi anni dopo, alle dimissioni del presidente Richard Nixon. Si trattava, come è facile ipotizzare, della contropartita accordata dagli americani al Vaticano in cambio della fattiva collaborazione e delle determinanti facilitazioni concesse in Italia in relazione alla difficile partita dell'Hilton: un grande albergo statunitense a Roma, e una grande realizzazione edilizia italiana nel cuore della capitale politica degli Stati Uniti. Tanto che, all'epoca, alcuni gruppi protestanti americani promossero una campagna di opposizione al progetto, affermando che i permessi di costruzione non sarebbero mai stati concessi a quella ditta italiana, se l'azionista principale non fosse stato il Vaticano.

Ma andò come per l'Hilton: l'albergo fu costruito, e così pure il Watergate Complex, malgrado le proteste. I patti, in tutta evidenza, furono rispettati.

La Società Generale Immobiliare si trovava, dunque, al'apice del successo: la punta di diamante di un impero, costituito dalla Santa Sede a partire dai Patti Lateranensi del 1929, e formato da partecipazioni azionarie in decine e decine di società. RAS, Condotte d'Acqua, Italcementi, Banco di Roma, Società Italiana Gas, Serono, Vianini, Banca Privata Finanziaria, Shell Italiana, Franco Tosi Fonderie, RCA Italiana, Banca Cattolica del Veneto, Banco di S. Spirito, Gestioni Esercizio Navi, Ceramica Pozzi, Molini Pantanella, e molte altre: tutte nell'orbita del Vaticano. Secondo le stime dell'epoca, comunque molto difficili da calcolare, queste partecipazioni ammontavano a cifre comprese tra l'1% e il 10% del valore di tutte le azioni quotate sul mercato borsistico d'Italia.

Tutte imprese che macinavano profitti, profitti e ancora profitti.

Eppure, su quel firmamento, comprendente anche la Società Generale Immobiliare, stava per calare il sipario.

Perché, fino al 1967, tutti quegli immensi profitti erano stati del tutto esentasse. Incredibile a raccontarsi oggi: il Vaticano non pagava, alla Repubblica Italiana, alcuna imposta sui lucrosissimi redditi conseguiti da quella sterminata costellazione di imprese. Inclusa la più che redditizia Società Generale Immobiliare.

La piacevolissima esenzione risaliva addirittura al 31 dicembre 1942, e cioè alla cosiddetta “Circolare di San Silvestro”, la n. 4800 firmata dal Ministro delle Finanze fascista Paolo Thaon di Revel: in essa, Mussolini (già in passato definito da Pio XI «l’uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare») esentava una serie di istituzioni vaticane dal pagamento dell'imposta cedolare sui frutti dei titoli azionari. Tra questi enti, c'era lo IOR, con in pancia tutte le sue molteplici, fruttuosissime partecipazioni azionarie, in seguito ulteriormente arricchite.

Questo gradevole stato di cose era durato fino al 29 dicembre 1962, quando la Legge n. 1745 aveva implcitamente imposto la revoca di tale incredibile regime di esenzione, disponendo la tassazione di ogni utile societario. Ma quella legge non era nulla. Fu sufficiente una nota diplomatica, inviata il giorno 11 ottobre 1963 dal Segretario di Stato, Amleto Giovanni Cicognani, all'Ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede, Bartolomeo Migone, nella quale il cardinale suggeriva, con sommessa decisione, che «nello spirito del nostro Concordato con riguardo alla citata legge n. 1745, sarebbe auspicabile anche ora il riconoscimento di un trattamento agevolativo alla Santa Sede. Pertanto propongo: che la ritenuta d’acconto o d’imposta istituita con la legge 29 dicembre 1962, non sia applicata, con decorrenza dalla istituzione della medesima, sugli utili in qualsiasi forma e sotto qualsiasi denominazione distribuiti dalle società e spettanti alla Santa Sede».

Cosa poteva rispondere il povero Ambasciatore Migone? Forse che si trattava di una legge dello Stato italiano, e in quanto tale inderogabile a mezzo di una mera nota diplomatica scambiata tra Stati sovrani e indipendenti? E che, dunque, quella richiesta risultava essere irricevibile da ogni punto di vista? Niente affatto: lo stesso giorno, Migone risponde - a mezzo analoga nota diplomatica - che «ho l’onore di portare a conoscenza di Vostra Eminenza Reverendissima che il Governo italiano è d'accordo su quanto forma oggetto della nota sopra riportata». La Legge n. 1745/1962, approvata dal Parlamento italiano, finisce dunque nel cestino: per il Vaticano non vale, e lo decide uno Stato estero (la Santa Sede) informando di ciò l'Ambasciatore italiano. Trovando dall'altra parte, naturalmente, grazioso accoglimento. Senza che il Parlamento ne fosse informato.

Il paradosso era che, quell'accordo, essendo illegittimo, sarebbe dovuto rimanere segreto. Ma come informare gli intermediari finanziari che la cedolare pari al 30% prevista dalla legge sui dividendi azionari non sarebbe stata da applicarsi alle società controllate dallo IOR? Il teatrino continuò: il 13 novembre 1963, il Ministro delle Finanze Mario Martinelli inviò una circolare all’Associazione fra le Società italiane per Azioni e all’Associazione Bancaria Italiana, organismi non istituzionali, per informarle, sottovoce e guardandosi cautamente intorno perché nessun altro se ne accorgesse, che al Vaticano «non si applica la ritenuta di acconto o d'imposta istituita con legge 29 dicembre 1962». Una circolare del tutto illegittima, mai pubblicata in Gazzetta Ufficiale, inviata da un ministro già dimissionario, assieme a tutto il governo Leone dell'epoca. E la Santa Sede continuò a non pagare.

Ma, con il 1967, la musica cambia. Viene approvato il Decreto-legge 21 febbraio 1967, n. 22 (convertito con Legge n. 209/1967), che ribadisce ed integra la disciplina già definita dalla Legge n. 1745/1962. E, stavolta, non c'è scampo: il regime di esenzione è veramente finito, il Vaticano dovrà cominciare a pagare. Con gli arretrati.

In questo difficile contesto, nel 1968 Papa Paolo VI prende finalmente una decisione epocale: smobilitare tutti gli investimenti azionari del Vaticano già effettuati su quella molteplicità di società italiane - investimenti ormai soggetti a tassazione, e comunque al termine di un lungo periodo di boom economico per l'Italia, durato ben due decenni - e reinvestire quei soldi all'estero, in Stati dove il regime di tassazione risultasse essere più favorevole.

Questo gigantesco processo di internazionalizzazione della finanza vaticana, compiuto in pochi anni e che coinvolgerà in pieno anche la nostra Società Generale Immobiliare, sarà guidato da due nomi molto, molto noti.

Si tratta di Michele Sindona. E di Paul Marcinkus.






















26 Nov 2017
Urbano Cioccetti, un sindaco per l'Hilton
Nel post precedente, avevamo lasciato il progetto Hilton / Società Generale Immobiliare, relativo ad un grande albergo da costruirsi sulla sommità di Monte Mario, giacente nella polvere dell'abbandono, dopo che, nell'aprile 1956, il sindaco Salvatore Rebecchini aveva fallito il suo disperato tentativo di ottenerne l'approvazione prima delle imminenti elezioni amministrative.

Ma quel progetto non era affatto morto.

Le elezioni erano venute e se ne erano andate; un nuovo sindaco democristiano - Umberto Tupini - aveva occupato lo scranno più elevato del Campidoglio, e se ne era andato anch'egli, dopo avere presentato le proprie dimissioni in vista di una candidatura al Senato. A gennaio 1958, viene eletto il successore di Tupini, Urbano Cioccetti. Ancora un democristiano, salito alla massima carica del Palazzo Senatorio con l'aiuto dei voti dei monarchici e del Movimento Sociale Italiano.

Era arrivato il momento di far passare quel progetto. L'attesa non si addiceva più ai suoi proponenti. E Cioccetti, come vedremo, era proprio l'uomo giusto per ottenere il risultato richiesto. Era stato scelto con cura, appositamente per questo: ed egli - a differenza di Rebecchini - non avrebbe fallito.

Non passa infatti molto tempo dall'elezione del nuovo sindaco che il progetto Hilton torna nuovamente in Consiglio comunale: è il 27 giugno 1958 quando l'Aula Giulio Cesare comincia a risuonare nuovamente delle discussioni e degli scontri sul destino di Monte Mario. Un destino che, ormai, è definitivamente segnato.

Perché l'aria è cambiata. Assessore all'Urbanistica è, adesso, il liberale Ugo D'Andrea: fascista della prima ora, collaboratore del Ministro dell'Educazione Nazionale Giuseppe Bottai, giornalista e redattore presso diverse testate del regime, autore nel 1936 di un incredibile volume intitolato “Mussolini, motore del secolo”, consigliere nazionale dell'Unione Monarchica Italiana, D'Andrea era l'uomo giusto per traghettare il progetto Hilton fino alla sua destinazione predeterminata, l'approvazione senza condizioni a vantaggio dell'interesse di pochi.

La battaglia, in aula, è lunga e combattuta. La discussione si svolge dal giugno 1958 al settembre dello stesso anno, occupando ben 12 sedute: segno della potenza degli interessi che premevano affinché si arrivasse all'approvazione finale del progetto, sacrificando tutto e tutti di fronte al leviatano di cemento che sarebbe dovuto fatalmente sorgere.

Come racconta Antonio Cederna in “Mirabilia Urbis”, non c'è parere tecnico che tenga, non c'è considerazione urbanistica, estetica, di buon senso che venga presa in considerazione. Di fronte ai qualificati appelli di chi segnala come il titanico albergo «pregiudicherebbe per sempre il panorama di Roma e soverchierebbe la stessa mole della Basilica Vaticana» e rimarca che «Monte Mario è il fondale di Roma e bisogna fare di questo colle un grande parco pubblico, opponendosi a nuove concessioni di costruzioni», la maggioranza consiliare democristiana risponde con parole quali «gli alberghi Hilton sono veramente democratici», e che questo di Monte Mario sarà un «piacevole diversivo per molti romani»: il fatto che possa non piacere a qualcuno «è un'opinione come un'altra. A me piace moltissimo», affermerà il capogruppo Dc Edoardo Lombardi, «arricchirà Roma di una preziosa caratterizzazione». D'altronde - dice - anche la Torre Eiffel, all'inizio, non era piaciuta, e ora piace a tutti.

Con queste argomentazioni, è chiaro che tutto è già stato deciso: l'albergo si farà, si deve fare, perché lassù, molto in alto, si vuole che esso sia costruito. Tutte le proposte di modifica, tutti gli emendamenti saranno respinti.

Si giunge quindi al 24 settembre 1958: con delibera n. 827, il Consiglio comunale di Roma vota a maggioranza la realizzazione del progetto Hilton, approvando la convenzione con la società Italo Americana Nuovi Alberghi S.p.A. «Raddoppiata la cubatura a vantaggio dell'Immobiliare», scriverà Antonio Cederna, «dimezzate le aree pubbliche, fagocitato il piazzale panoramico. [...] Un impianto privato», aggiungerà il grande giornalista, «che è stato sostituito, grazie alle premure della peggiore amministrazione che Roma abbia mai avuto, a una destinazione pubblica, in una zona dove il piano regolatore prevedeva [...] un piazzale panoramico, cioè un impianto di pubblica utilità, per la comodità dei cittadini».

Il 12 settembre 1960, subito dopo la fine dei giochi della XVII Olimpiade di Roma, sulla vetta di Monte Mario viene posta la prima pietra del nuovo gigantesco edificio, «uno dei più grandi alberghi d'Europa», come titola la stampa. Sono presenti lo stesso Conrad Hilton, il magnate americano; Eugenio Gualdi, presidente della Società Generale Immobiliare; e, per benedire il tutto, il Cardinale Clemente Micara, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, gran costruttore di nuove chiese in giro per la città. E poi, ecco arrivare l'ultimo atto per la cima del colle che guarda verso la Città Eterna: comincia la gigantesca opera di sbancamento che cancellerà la parte sommitale di Monte Mario (vedere immagine).

La grande mole di cemento dell'albergo “Cavalieri Hilton” sarà infine inaugurata il 19 giugno 1963. Nella pagina pubblicitaria che accompagnerà l'evento, la costruzione sarà definita come «un'opera degna di Roma».

Parole risonanti di verità: un'opera, certamente, degna di Roma. Di una Roma il cui destino urbanistico, sociale e anche politico erano dettati dal volere dell'entità che dimorava oltre le sponde del Tevere: quel Vaticano che, apparentemente confinato sin dal 1870 all'interno delle Mura Leonine, era invece in grado di controllare tutte le leve fondamentali del potere, indispensabili al conseguimento dei propri obiettivi.

Perché l'elezione di Urbano Cioccetti a Sindaco di Roma non era stata affatto casuale. Cioccetti era stato candidato, e poi eletto, proprio per rendere possibile il perseguimento degli obiettivi strategici della Santa Sede su Roma, coincidenti, in gran parte, con quelli della controllata Società Generale Immobiliare: in particolare, il completamento del processo autorizzativo, e la successiva realizzazione, dell'albergo Hilton.

Perché Urbano Cioccetti non era un politico democristiano qualunque. Egli era, integralmente, un uomo del Vaticano.

Cioccetti, Cameriere di Cappa e Spada della Curia Vaticana di Pio XII, è stato membro del prestigioso Consilium de Laicis, organo consultivo interno al Vaticano; è stato Vicepresidente dell'Unione Uomini di Azione Cattolica; è stato Commissario unico dell'Ospedale Bambino Gesù, l'ospedale extraterritoriale della Santa Sede; è stato Presidente dei Guardiani della Venerabile Apostolica Arciconfraternita di Santo Spirito e di San Michele Arcangelo, con sede in Lungotevere Vaticano; è stato Presidente della 'Peregrinatio ad Petri Sedem', l'organismo vaticano per l'accoglienza materiale e spirituale dei pellegrini a Roma; è stato Presidente del 'Circolo San Pietro', il sodalizio fondato nel diciannovesimo secolo dalle nobili famiglie romane, il cui segno distintivo - si legge ancora oggi nel loro sito web - è la «fedeltà incondizionata alla Chiesa e al Romano Pontefice».

Ecco, dunque, perché il Comune di Roma deliberò, quel settembre del 1958, la costruzione del gigantesco, mastodontico, monolitico albergo Hilton sulla cima di Monte Mario: perché si trattava di un lucroso affare voluto dalla Società Generale Immobiliare, controllata dal Vaticano; e perché, sullo scranno più elevato del Campidoglio, sedeva un uomo del Vaticano. Un fedelissimo del Romano Pontefice.

Ecco perché Antonio Cederna poté scrivere, con disillusa amarezza, che quell'albergo costituiva «la più esplicita manifestazione del cancro che corrode Roma: l'ossequio incondizionato della pubblica amministrazione verso quelle forze politiche e economiche che da un secolo determinano il disfacimento di Roma». Perché «la sua presenza schiacciante, il suo torvo insistere su tutta Roma dalla sua più alta terrazza panoramica è [...] l'espressione concreta, plastica, emblematica del malgoverno urbanistico delll'ultimo decennio, della sistematica sottomissione dell'interesse pubblico a quello privato».

Quella terrazza panoramica che è stata vietata, per sempre, all'accesso e al libero godimento dei cittadini romani. E che, nella sua incredibile bellezza (vedere immagine), può essere oggi integralmente ed esclusivamente goduta dai facoltosi, solvibili clienti della grande catena statunitense Hilton Worldwide Holdings Inc.




















































25 Nov 2017
Hilton, quando l'impatto è ambientale
Se alziamo oggi lo sguardo verso la sommità di Monte Mario, l'elevazione che, sovrastando la Città Eterna, offre una magnifica vista sull'intero centro di Roma, possiamo osservare, con amaro disappunto, che la sommità del colle è occupata da un gigantesco edificio di cemento, lungo 150 metri e alto ben 30 metri: una costruzione di singolare bruttezza, posta esattamente al di sopra del punto più panoramico di Roma. Un grigio mastodonte di nove piani visibile praticamente da ogni angolo del centro città.

«Squallore e deformità architettonica», così lo definì, con rara efficacia, Antonio Cederna: «incapacità madornale di instaurare un qualunque rapporto con l'ambiente naturale, violenza smaccata al superstite paesaggio romano».

È il Rome Cavalieri, il lussuoso albergo della catena Waldorf Astoria Hotels & Resorts. Appartenente alla Hilton Worldwide Holdings Inc., il gigante multinazionale statunitense il cui quartier generale si trova a Tysons Corner, Virginia.

Ma come è possibile che un luogo così unico, un belvedere che sovrasta la Roma dei palazzi rinascimentali, delle chiese barocche e delle rovine romane, sia stato consegnato ad un'impresa privata americana e al suo privato profitto, anziché essere destinato al benessere e al godimento di tutti i cittadini romani, con la creazione di uno spettacolare parco pubblico fruibile da residenti e turisti?

In questo post, racconteremo una vicenda che molti non conoscono affatto: la storia della grande speculazione romana dell'albergo Hilton.

All'inizio, le cose erano sembrate andare nel verso giusto, quello più naturale: il piano regolatore del 1931 aveva infatti previsto, sulla vetta di Monte Mario, la creazione di una grande area verde aperta al pubblico: un parco accessibile a tutti, con una vista unica al mondo, spalancata sulla città di Roma.

Poi, però, qualcosa era accaduto. Il 4 dicembre 1954 viene infatti costituita una società. Si chiama IANA - Italo Americana Nuovi Alberghi S.p.A. Il 25% di quella società è in mano a Hilton Hotels International, la società costituita da Conrad Hilton, il miliardario statunitense, per gestire l'espansione della catena alberghiera sui mercati internazionali. Il resto, il 75%, appartiene invece ad una nostra vecchia conoscenza: la Società Generale Immobiliare S.p.A., l'impresa controllata dal Vaticano che sta speculando, con grandissimo successo e immensi guadagni, sulla valorizzazione dei terreni inedificati di Roma, da cospargere con fluide colate di cemento.

Un'alleanza, questa tra la multinazionale americana e la società di costruzioni della Santa Sede, del tutto naturale. E non solo perché Mr. Hilton era un fervente cattolico e un risoluto anticomunista, e dunque particolarmente gradito al Vaticano; non solo perché, a Roma, era palese la capacità della Società Generale Immobiliare di portare vantaggiosamente a termine i più complessi iter amministrativi e autorizzativi; ma anche perché Conrad Hilton avrebbe fatto parte dei Cavalieri di Colombo, la potente organizzazione cattolica americana il cui apprezzatissimo e fidatissimo referente italiano era, sin dal lontano 1922, Enrico Pietro Galeazzi, il quale era anche vicepresidente della Società Generale Immobiliare dal 1952.

Con queste premesse, il destino della sommità di Monte Mario risulta essere segnato. Perché su quell'elevazione hanno messo gli occhi speculatori importanti: Hilton, uno dei maggiori tycoon d'America; e la Società Generale Immobiliare, proprietaria di gran parte dei terreni edificabili su quel colle, sul quale sta già lucrosamente costruendo i quartieri Medaglie d'Oro, Belsito e Balduina.

Nulla sembra poter fermare il progetto del nuovo, gigantesco albergo: non certo il fatto che il piano regolatore vigente prevedesse, per quel luogo, una destinazione a verde pubblico, né che per realizzare quella massiccia struttura sarebbe stato necessario sbancare in modo radicale la sommità del colle, dal lato che guardava verso la città. Il progetto viene rapidamente esaminato e autorizzato dalla commissione edilizia e da quella urbanistica del Comune di Roma. Manca solo l'approvazione finale. C'è però un problema: il tempo, infatti, stringe.

A meno di un anno e mezzo dalla costituzione di IANA S.p.A., il pesantissimo progetto arriva già in Campidoglio, pronto per l'approvazione definitiva, avendo percorso un iter rapidissimo. Ma occorre fare in fretta, perché il 27 maggio 1956 si sarebbe votato per il rinnovo del consiglio comunale. E le premesse non sembrano essere tra le migliori.

La giunta del Sindaco Rebecchini è stata infatti protagonista, nella Roma di quegli anni, del grande processo speculativo di espansione edilizia della città. Rebecchini, democristiano, anch'egli di dichiarata fede cattolica, gradito al Vaticano, è stato definito come colui che «ha fatto da ponte fra la vecchia borghesia e nobiltà romana, il "generone" [la facoltosa alta borghesia romana, n.d.r.], e i palazzinari emergenti, i 'signori del metro cubo'». Pochi mesi prima, l'11 dicembre 1955, il settimanale 'L'Espresso' aveva pubblicato un'inchiesta dirompente - che rimarrà nella storia del giornalismo italiano - dall'eloquente titolo “Capitale corrotta - nazione infetta”, in cui l'articolo informatissimo firmato da Manlio Cancogni, intitolato “Dietro il sorriso di Rebecchini, 400 miliardi”, aveva reso evidenti le relazioni di pericolosa cointeressenza tra costruttori, Vaticano e politica romana: «vogliamo [...] fare un quadro delle speculazioni che il sindaco e il Campidoglio hanno permesso e incoraggiato», scriveva coraggiosamente Cancogni, «la più grave di tutte, chiave di volta dell'intero sistema, è quella sulle aree fabbricabili. La vita dell'intera popolazione ne è compromessa. [...] Certo non è facile in Campidoglio resistere a una potenza come l'Immobiliare». Un articolo dal quale scaturiranno processi per diffamazione nei confronti di Cancogni e del direttore de 'L'Espresso' Arrigo Benedetti.

La sera del 6 aprile 1956, dunque, nell'ultima seduta utile prima del voto, il Sindaco Rebecchini tenta il grande colpo: sottoporre il progetto della costruzione dell'Hilton al Consiglio comunale, e ottenerne l'approvazione prima dell'imminente appuntamento elettorale. In aula si scatena il caos. L'opposizione insorge, pronunciando parole di fuoco: «in questa nostra discussione sentiamo, quasi presente, la potenza di una società, l’Immobiliare, la quale vuole obbligarci alla vigilia della chiusura dei nostri lavori a prendere una decisione su una proposta (…). Non credo (…) che questo sia l’atto più importante dell’attuale amministrazione». La seduta durerà ben nove ore, tra discussioni e accuse reciproche. E mentre Rebecchini insiste ancora per l'approvazione, premendo sui consiglieri, contro di lui vengono pronunciate, in aula, le parole più dure: «la Società Generale Immobiliare paga bene l’approvazione di queste deliberazioni...».

È la fine della carriera politica di Rebecchini. Ma non la fine del progetto del gigantesco albergo di cemento, elemento fondamentale della politica di espansione internazionale della catena Hilton, nonché fattore propulsivo per ottenere l'ulteriore innalzamento del valore di terreni e costruzioni - tutti di proprietà della Società Generale Immobiliare - nell'area di Monte Mario, che si sta rapidamente trasformando, come scriverà Antonio Cederna, in un «tavoliere cementizio».

Qell'albergo doveva assolutamente essere costruito. E, come vedremo, nulla e nessuno sarebbe riuscito a fermarlo.








































































23 Nov 2017
I padroni della Società Generale Immobiliare
Roma e la speculazione edilizia. Roma e l'incontrollata espansione urbanistica. Abbiamo visto come, tra i soggetti più attivi nello sfruttamento senza limiti del suolo, la Società Generale Immobiliare sia stata protagonista assoluta, con la costruzione, nel secondo dopoguerra, di interi quartieri di Roma, promuovendo così la dilatazione senza freni della città, in ogni direzione attorno al centro storico.

Ma chi ha diretto questa società? Chi ne è stato presidente, consigliere di amministrazione, direttore? Chi sono gli uomini che, in nome del profitto ad ogni costo, hanno contribuito a disegnare la Roma di oggi, una città i cui problemi di vivibilità quotidiana nascono, in massima parte, dalla totale assenza di pianificazione urbanistica nell'edificazione dei quartieri, nell'irragionevole progettazione delle direttrici di spostamento, e nell'arbitrarietà della distribuzione della popolazione?

Questi uomini sono stati legati all'entità che ha rappresentato la massima potenza politica della Roma di quegli anni: il Vaticano.

Ma vediamone i nomi. Primo fra tutti, quello di Bernardino Nogara, l'uomo-chiave della Santa Sede, deputato alla gestione finanziaria dell'enorme liquidità conseguita per effetto della firma dei Patti Lateranensi. Nel 1935, con l'acquisizione del pacchetto azionario di controllo dell'Immobiliare da parte dell'Amministrazione Speciale vaticana, Nogara assume la carica di segretario del Consiglio di Amministrazione della società, diventandone Presidente nel 1944 e mantenendo questo ruolo fino al 1952.

Direttore Generale della Società Generale Immobiliare è, fin dal 1934, Eugenio Gualdi, uomo di grandissima esperienza finanziaria ed industriale, legato alla Banca Commerciale Italiana - precedente azionista di maggioranza della Società - nonché, all'epoca, presidente della squadra di calcio S.S. Lazio. Sarà proprio Eugenio Gualdi, godendo della piena fiducia del Vaticano, a guidare la Società Generale Immobiliare nel profittevole oceano delle grandi speculazioni urbanistiche del dopoguerra romano, succedendo nel 1952 a Nogara in qualità di Presidente. Resterà in carica fino al 1968, quando anche il Vaticano - come vedremo in un successivo post - deciderà di uscire dall'azionariato della Società Generale Immobiliare.

Eugenio Gualdi: l'uomo che, nei primi anni 1940, aveva instaurato rapporti strettissimi con la segreteria particolare di Benito Mussolini, interessandosi tra l'altro, dopo l'introduzione in Italia delle infami, vergognose leggi razziali, ad un tema di specifico interesse per il regime: come costituire un ente speciale che potesse prendersi cura dell'odioso prodotto di quelle leggi: "l'amministrazione e la vendita dei beni immobili attualmente in proprietà agli ebrei”.

Con Gualdi, il controllo del Vaticano sulla Società Generale Immobiliare, e sulla sua azione su Roma, è totale. E i nomi delle persone che, in quegli anni, siedono nel Consiglio di amministrazione appaiono essere, in questo senso, incredibilmente eloquenti.

Tra tutti i consiglieri, spicca il nome del Principe Marcantonio Pacelli. Non è un caso che il gentiluomo si fregi del medesimo cognome di Papa Pio XII, al secolo Eugenio Pacelli. Si tratta, infatti, del nipote del Papa: egli siede nel Consiglio di amministrazione della Società sin dal 1942.

Forse non molti sanno che, a partire dalla fine del diciannovesimo secolo, la famiglia Pacelli ha ricoperto una posizione preminente in Vaticano, in particolare nella gestione delle politiche finanziarie della Santa Sede, fino a riuscire a far eleggere un membro del gruppo familiare al soglio pontificio. Il capostipite, Ernesto Pacelli, era stato Presidente del Banco di Roma, la banca che, nel primo quarto del ventesimo secolo, si era occupata della gestione della liquidità del Vaticano. E i tre nipoti del Papa - Marcantonio, Carlo e Giulio Pacelli - occuperanno felicemente, nel secondo dopoguerra, cariche di presidente, amministratore e direttore nelle innumerevoli società partecipate dal capitale della Santa Sede, incarnando in modo magistralmente compiuto il concetto stesso di nepotismo.

C'è poi l'ingegnere Enrico Pietro Galeazzi, anch'egli consigliere della Società Generale Immobiliare, nonché vicepresidente della stessa a partire dal 1952, e Presidente dal 1968. Non si tratta affatto di un personaggio qualunque. Galeazzi, sin dal 1939, è Architetto dei Sacri Palazzi Apostolici e Direttore Generale dei Servizi tecnici ed economici del Vaticano. Fine negoziatore, è l'uomo che gode della fiducia totale e incondizionata di Pio XII, tanto da essere nominato suo Delegato Speciale per una missione molto particolare: un viaggio negli Stati Uniti, compiuto nel 1943, mentre Roma era sottoposta ai bombardamenti degli Alleati, per implorare il Presidente Franklin D. Roosevelt di risparmiare la Città Eterna dalla distruzione. Galeazzi non solo assomma sulla propria persona titoli onorifici quali Cameriere Segreto Soprannumerario di Cappa e Spada, Architetto della Reverenda Fabbrica di San Pietro, Cavaliere di Gran Croce Magistrale dell'Ordine di Malta, ma è anche il referente italiano del potentissimo e finanziariamente solidissimo gruppo cattolico nordamericano dei Cavalieri di Colombo, "the Knights of Columbus".

Possiamo continuare ancora: è consigliere il Marchese Giovanni Battista Sacchetti, Cameriere Segreto del Papa, Foriere Maggiore dei Sacri Palazzi Apostolici, la cui famiglia è annoverata, alla corte pontificia, tra i cosiddetti “Marchesi di Baldacchino”, i quali godono degli stessi privilegi dei Principi; è consigliere Luigi Mennini, che siede anche nello IOR; è consigliere Luigi Quadrani, che ricoprirà ruoli dirigenziali nella futura APSA (l'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica).

Questa è, dunque, la Società Generale Immobiliare negli anni 1950 e 1960: una delle più grandi imprese immobiliari e di costruzione in Italia, e strumento operativo prescelto dal Vaticano per la realizzazione di profitti favolosi da estrarsi - come il petrolio, come l'oro - dalla terra viva di Roma. Senza curarsi delle conseguenze per la città.

Perché la Società Generale Immobiliare, scriverà Antonio Cederna, agirà, sotto la spinta diretta della Santa Sede, «indipendentemente da qualunque visione generale»: e non farà che «stirare ciecamente Roma in tutti i punti cardinali, e quindi realizzare trionfalmente l'espansione della città a macchia d'olio, incrementando paurosamente e rendendo cronica l'anarchia, stabile il caos e il fallimento dell'urbanistica romana». Con l'unico obiettivo di realizzare guadagni miracolosi. Non certo per il miglior benessere di tutti i cittadini.

E la speculazione più grande, più proterva e più inequivocabile di tutte sarà, a Roma, la costruzione dell'Hotel Hilton. Della quale parleremo nel prossimo post.





















21 Nov 2017
Il massimo profitto, sempre
Società Generale Immobiliare, un nome che non dice nulla. Eppure, è stata proprio questa società, controllata dal Vaticano sin dal 1935, a indirizzare lo sviluppo urbanistico della Roma di oggi, sulla base delle proprie convenienze - le convenienze di pochi - a scapito della comunità. Realizzando strabilianti profitti, fondati sul cambio di destinazione di centinaia di ettari di terreno rurale, resi edificabili, e costruendo poi giganteschi quartieri residenziali, molti dei quali progettati sfruttando al massimo grado ogni metro quadrato di terreno disponibile.

Nel post precedente, abbiamo visto come la Società abbia potuto costruire senza freni nell'area nordoccidentale di Roma, su propri terreni strategicamente acquisiti. Ma c'è anche dell'altro: perché la Società Generale Immobiliare espanderà le proprie speculazioni in tutte le direzioni, senza limiti, soffocando il centro storico di Roma in una morsa di nuovi quartieri, senza alcun criterio urbanistico che non sia lo sfruttamento esasperato della proprietà fondiaria ad essa riconducibile.

Roma, infatti, si espande dove la Società vuole. E - dopo il quadrante settentrionale - la direzione più promettente e redditizia è il sud.

È proprio a sudovest, infatti, verso il mare, che l'Immobiliare si gioca al meglio le proprie carte. Il nuovo quartiere dell'EUR, voluto da Mussolini per ospitare l'Esposizione Universale di Roma del 1942, mai tenutasi a causa del secondo conflitto mondiale, ha comunque aperto la strada verso il meridione e la costa. Al ventesimo chilometro della Via Cristoforo Colombo, accanto alla pineta di Castelfusano, la Società ha messo le mani su ben 350 ettari di terreno. Ed è arrivato il momento di metterli a frutto.

Il problema è che tutta l'area è «zona ricadente fuori dei limiti del vigente Piano Regolatore della città». Ma cosa importa? Il sindaco dell'epoca (1960) è Urbano Cioccetti - della cui figura avremo abbondantemente occasione di riparlare - uomo molto, molto vicino al Vaticano. Viene così autorizzata la nascita del quartiere di Casalpalocco, come da domanda avanzata dalla Società Generale Immobiliare, «considerato», come scrivono nella Convenzione stipulata con il Comune di Roma, «che tale domanda è meritevole di accoglimento».

Quale criterio urbanistico è sotteso alla realizzazione di un nuovo quartiere per oltre 15.000 abitanti, in una zona precedentemente non urbanizzata, che si trascinerà poi dietro gli ulteriori, popolosi insediamenti di Infernetto, Acilia, Dragona, con edificazioni invasive che giungeranno in seguito sino al mare di Ostia? Forse, come scrive la Società in una brochure del 1957, quello di rendere disponibili «un gruppo di residenze unifamiliari dotate di giardini ed ampi spazi verdi, racchiuse in un sistema avulso dal traffico»? Ma ogni urbanista sa benissimo che un quartiere-satellite come Casalpalocco (e Acilia, e Dragona...), orbitante necessariamente attorno alla grande città di Roma, non potrà che generare flussi straripanti di traffico, diretti radialmente - ogni giorno che Dio manda in terra - verso il centro della Capitale, in ingresso di giorno e in uscita alla sera, lungo una viabilità del tutto sottodimensionata alla bisogna. Altro che «sistema avulso dal traffico»!

Ma cosa importa, alla Società Generale Immobiliare, dei pendolari, o della viabilità, o del futuro urbanistico della città? L'importante è riuscire a rivendere le villette di pregio di Casalpalocco, con giardino, a prezzi esorbitanti, lucrando guadagni stratosferici rispetti ai prezzi originari dei terreni rurali. Resi graziosamente edificabili grazie al «parere favorevole» espresso dalla «Commissione Consultiva Urbanistica presso la Ripartizione XV - Urbanistica ed Edilizia Privata» del Comune di Roma, come indicato nel testo della Convenzione. E grazie - naturalmente - al Sindaco Cioccetti, che sottoscriverà quella Convenzione.

E non finisce certo qui. Perché la Società Generale Immobiliare riuscirà ad ottenere l'approvazione del Campidoglio per ulteriori lottizzazioni, anche e soprattutto caratterizzate da un'elevatissima densità abitativa.

Come, ad esempio, nel 1959, in direzione est, lungo la Prenestina, tra le vie dell’Acqua Bullicante, Roberto Malatesta, Guglielmo degli Ubertini e Sampiero di Bastelica: un massiccio quartiere popolare intensivo, comprendente ben 35 edifici, fulgido esempio dello squallido sviluppo in direzione orientale della città dei sette colli. O, anche, a nordest, il gigantesco quartiere delle Valli, posto tra via dei Prati Fiscali, via Conca d'Oro e Viale Tirreno, su terreni rurali e prativi acquistati nel 1951: decine e decine di palazzi, ciascuno di sette-otto piani, in grado di appesantire l'intero quadrante facendo piombare una popolazione di migliaia di persone su di un territorio schiacciato a ridosso del parco dell'Aniene, fiume che si frappone in direzione del centro e dunque in grado di sbarrare il passo ai prevedibili, indispensabili flussi di traffico.

E innumerevoli sono gli ulteriori interventi compiuti a Roma da questa Società, onnipresente e onnipotente: da Via Angelo Emo a Villa dei Massimi, da Prato della Signora a Torrevecchia, da Villa Nomentana a Grottaperfetta. Come scriverà Antonio Cederna nel suo volume “I vandali a Roma”, «succede che esistono anche i padroni della città [...]: esistono i pochi privilegiati che decidono a loro vantaggio come e dove Roma debba essere costruita e sviluppata. Esiste la Società Generale Immobiliare».

Quale è il senso di tutto ciò? Forse, il benesse dei cittadini e lo sviluppo razionale di una città? Niente affatto: è il guadagno - il puro, benemerito, stratosferico guadagno a guidare l'agire della Società Generale Immobiliare.

È necessario chiedersi, a questo punto, come sia stato possibile, per questa Società, dare inizio e portare a termine realizzazioni edilizie così massive su tutto il territorio di Roma, lungo un arco di molti decenni. Concentrando su di sé profitti strabilianti, titanici, ottenuti lucrando sulla differenza tra i valori di acquisto dei terreni rurali (indicativamente, 1.000 lire/mq), il valore acquisito dai medesimi terreni dopo essere stati resi opportunamente edificabili (10-20.000 lire/mq), e infine i prezzi di vendita delle unità immobiliari costruite sugli stessi terreni (50.000 lire/mq e oltre - da moltiplicare, addirittura, per gli 8 o 9 piani sovrapposti di cui sono costituiti gli edifici di edilizia intensiva).

Come è stato possibile tutto questo?

La risposta è racchiusa nell'azionariato della Società Generale Immobiliare, un'impresa il cui pacchetto di controllo era posto nelle mani dell'Amministrazione Speciale della Santa Sede. Ma non solo. La risposta a quella domanda è anche nascosta tra i nomi di coloro - amministratori, presidenti - che sono stati al vertice di quella Società. E nei nomi dei sindaci di Roma che, dall'alto del Campidoglio, in quegli anni, ne hanno approvato i progetti.

Come vedremo, si tratta di nomi legati molto, molto strettamente al Vaticano.




















19 Nov 2017
I casolari sepolti sotto Piazza della Balduina
Siamo all'anno 1945. La Seconda Guerra Mondiale è giunta al termine, Roma è già stata liberata nel giugno dell'anno precedente. Sta per cominciare un'era di prodigioso sviluppo edilizio, che interesserà molte città italiana, ma - soprattutto - la capitale d'Italia, le cui vaste aree di terreno agricolo, disseminate tutt'attorno alla città, sono in mano a pochi grandi possidenti, come il marchese Alessandro Gerini e la stessa Società Generale Immobiliare, controllata dal Vaticano.

La Società si prepara dunque al grande salto, dopo la sostanziale stasi del decennio precedente. Viene creata la SOGENE (Società Generale per Lavori e Pubbliche Utilità), braccio operativo della Generale Immobiliare: ad essa sono conferite le attività di costruzione (organizzazione, beni strumentali e materiali, diritti) per l'esecuzione di opere edilizie pubbliche e private, mentre la controllante si occuperà a tempo pieno degli aspetti finanziari e - aspetto di primaria importanza - dei rapporti con la pubblica amministrazione, e cioè con il Campidoglio.

Il grande ballo può ora avere inizio. E sarà un ballo che durerà oltre venti anni. Una danza che porterà Roma ad espandersi come una bolla, sotto la spinta del cemento gettato a piene mani dalla Società Generale Immobiliare, attorno al centro storico della città, in ogni direzione, travolgendo ogni tentativo di pianificazione razionale dello sviluppo cittadino e ipotecando per i decenni ed i secoli a venire il futuro dei romani.

È da nordovest, da Monte Mario, che comincia la grande speculazione. È proprio qui che l'Immobiliare aveva acquisito, con grande lungimiranza, decenni prima, terreni agricoli sul colle che domina Roma e sul versante più settentrionale di esso, in zona Camilluccia. La Società aveva atteso molti anni: era ora venuto il momento di far fruttare quei terreni. Con il massimo del rendimento.

Già nel 1949, il Campidoglio approva una variante al piano regolatore che, su Monte Mario, renderà possibile l'edificazione di zone a costruzione intensiva e la moltiplicazione di palazzine. Guarda caso, proprio sui terreni di proprietà dell'Immobiliare. Nei dieci anni successivi, sarà quindi creata quella distesa ininterrotta di cemento che ricopre totalmente il colle, come una coperta ben drappeggiata: Viale delle Medaglie d'Oro, Balduina, Belsito, una congerie di palazzi e palazzine che cancella gran parte di Monte Mario, incombendo, con una elevatissima densità abitativa, sul centro storico di Roma. Sarà il giornalista e polemista Antonio Cederna a pronunciare parole durissime a proposito di questa realizzazione altamente speculativa: «una congestionata, irrazionale, incivile montagna di cemento, straripante da tutte le parti, senza uno spazio libero, con una rete stradale che pare tracciata da una banda di deficienti».

D'altra parte, il suolo di Roma è denaro: più si costruisce, più si guadagna. Anzi, ci si arricchisce smodatamente: se il prezzo di acquisto dei suoli è, all'epoca, di 1.000 lire al metro quadro (ma i terreni di Monte Mario erano stati acquistati dall'Immobiliare decenni prima, ad un prezzo molto minore) e l'appartamento finito viene venduto nel 1957 a oltre 50.000 lire al metro quadro (vedere brochure allegata), il profitto è soggetto ad uno strabiliante, gradevolissimo fattore moltiplicativo pari a 50. Cinquanta volte. E cosa importa, dunque, se poi gli abitanti della città saranno catapultati in una realtà invivibile, gremita di residenti, schiacciata da un traffico oppressivo e martellante.

E allora, via ancora con il settore nord di Roma: all'inizio degli anni 1950, si procede all'edificazione del quartiere di Vigna Clara e Piazza Stefano Jacini, costruzioni intensive per ricchi residenti, ma sempre senza lasciare un centimetro di spazio, senza concedere un quadrato di verde. È una speculazione realizzata assieme ad altri grandi proprietari, tra cui il principe Boncompagni, i cui ascendenti si erano già ben distinti, nel secolo precedente, con lo smembramento e la lottizzazione di Villa Ludovisi. La Società Generale Immobiliare fa le cose per bene: per non lasciare vuoti, provvede ad edificare anche la zona adiacente di Piazza dei Giochi Delfici, senza dimenticarsi di costruire l'adiacente chiesa della Parrocchia di Santa Chiara, e sfruttando ancora l'ulteriore spazio libero verso occidente con l'edificazione dei villini di prestigio del complesso residenziale “Due Pini” su Via Nemea.

E non è finita: l'edificazione della zona settentrionale di Roma, sospinta senza alcun freno dalla Società Generale Immobiliare, continua nel 1957 con decine e decine di villini a Torrevecchia - realizzati naturalmente riducendo al minimo l'ampiezza di strade e marciapiedi, per poter meglio sfruttare ogni centimentro di terreno libero - e poi palazzine e ancora palazzine su Via di Pineta Sacchetti. E, infine, molto più tardi, l'edificazione dell'Olgiata, il grande comprensorio per ricchi residenti posto ancora più a nord, al di fuori del Grande Raccordo Anulare.

È dunque la Società a spingere, con rapace pervicacia, l'espansione di Roma verso nord e verso nordovest, sulla base dei terreni strategicamente posseduti, riempiendo ogni spazio naturale ancora libero, opportunamente reso edificabile, e ottenendo così profitti vertiginosi, senza curarsi affatto degli effetti sul resto della città.

E fanno quasi rabbrividire i ricordi di uno degli storici abitanti di Monte Mario, Domenico Coiante, che abitò fino al 1953 in un antico casolare posto, all'epoca, in quella che oggi è Piazza della Balduina: « Nel 1949, viale delle Medaglie D’Oro e via della Balduina si trasformarono in un enorme cantiere. Fu tracciato il reticolo di strade [...] e fu dato il via alla lottizzazione dei terreni attigui con la costruzione progressiva dei palazzi oggi esistenti. La larghezza delle strade fu mantenuta al minimo, con gli esiti d’intasamento del traffico che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Gli spazi a verde pubblico furono completamente ignorati». Piazza della Balduina fu realizzata «colmando la valle con un ulteriore strato di terra. Nel tratto finale, alla confluenza con la piazza, lo spessore dello strato misurava una decina di metri. Tutto ciò con buona pace del collettore delle acque che giaceva dimenticato nel sottosuolo e che certamente non era stato progettato per reggere un tale carico. La cosa fu completamente ignorata, tanto che furono coperti di terra anche tutti i tombini di accesso al collettore e sul nuovo piano stradale fu realizzata una nuova fognatura per raccogliere gli scarichi dei futuri palazzi da costruire ai lati della via. Molti anni dopo, la natura presentò il conto con il formarsi di voragini paurose lungo il corso attuale del primo tratto di via della Balduina. C’è stato un periodo che tali episodi si verificavano quasi tutti gli anni. Nessuno sapeva spiegare il fenomeno. Sui giornali comparvero le ipotesi più fantasiose, ma tutto per me era molto semplice: il collettore delle acque del fosso, costruito dal Genio Civile nel modo che ho descritto, non ce la faceva più a sopportare il carico sovrastante e collassava».

E, infine, le parole più amare, che ben rendono l'idea del sacco rapace e spregiudicato del territorio condotto impunemente dalla Società Generale Immobiliare:

«La casa abitata da mio nonno e le altre due di via della Balduina n.9 costituivano un grande ostacolo al disegno della Società Immobiliare, perché impedivano il livellamento della valle dalla parte ovest. Infatti, rispetto alla quota fissata per la piazza, esse dovevano finire sotto alcuni metri di terra. [...] Mentre il camion del trasloco lasciava le nostre abitazioni, sulla sommità del terrapieno era già pronta una fila di automezzi carichi di terra, che ripresero subito a scaricare. Non fu fatto alcun tentativo di demolizione degli edifici: fu semplicemente lasciato alla terra il compito di sfondare i tetti e i solai. Noi tutti rimanemmo a guardare con tristezza dalla sommità del terrapieno la scena della terra che avanzava verso le case fino a sommergerle. In breve tempo la terra ricoprì le nostre case, cancellando[le] per sempre».

Oggi, quelle case antiche sono sepolte esattamente al di sotto della scalinata sinistra della Chiesa di San Pio X, a Piazza della Balduina (vedere immagine). Una metafora della gigantesca colata di cemento che, grazie alla Società Generale Immobiliare, ha ricoperto Roma.






















17 Nov 2017
La città si espande dove la Società Generale Immobiliare vuole
Società Generale Immobiliare, chi era costei? Un nome sconosciuto ai più, una denominazione che pare essere del tutto ignota al pubblico e agli stessi abitanti della Roma di oggi.

Eppure, è stata proprio questa tentacolare società, una delle più grandi imprese immobiliari d'Italia, ad avere attivamente promosso, assieme ad altri soggetti come il marchese Gerini, il grande sacco fondiario di Roma: un saccheggio insaziabile e pervasivo del territorio romano, con l'obiettivo di creare enormi plusvalenze lucrando sull'edificabilità di vastissime estensioni di terreno agricolo. Terreni sui quali far sorgere la nuova Roma del dopoguerra, da sviluppare ovunque ci fosse terra libera disponibile, a macchia d'olio, senza alcun criterio urbanistico che non fosse quello del massimo guadagno, dell'esorbitante profitto per pochi.

È la Roma che viviamo oggi tutti i giorni: caos, traffico, assenza di parcheggi, quartieri intensivi privi di verde pubblico, espansione incontrollata delle aree edificate. Il gigantesco lucro per pochi si è tradotto in un danno irreversibile per tutti gli abitanti della città. Un danno che durerà per secoli.

Come è potuto accadere tutto questo? Riprendiamo la storia della Società Generale Immobiliare, che abbiamo già visto prendere parte da protagonista alla prima fase del sacco di Roma, quella post-unitaria, con lo smembramento e la distruzione di aree storiche come Villa Ludovisi.

Nel 1935, la quota azionaria di controllo della Società passa dalla Comit al Vaticano, grazie all'enorme liquidità resasi disponbile con la sottoscrizione dei Patti Lateranensi. È lo stesso Bernardino Nogara, al vertice dell'Amministrazione Speciale della Santa Sede, detentrice delle azioni, a sedere nel consiglio di amministrazione della Società, prima come Segretario e successivamente, dal 1944 al 1952, come Presidente.

Nella seconda metà degli anni 1930, e fino al periodo di stasi connesso al conflitto bellico, la Società Generale Immobiliare continuerà ad operare a Roma, costruendo edifici al Flaminio, in prossimità del Vaticano e nella zona della Nomentana / Quartiere Trieste.

Alla fine della seconda guerra mondiale, tutto è pronto per dare il via alla grande speculazione, quella che condurrà allo sviluppo incontrollato di Roma, con l'obiettivo del massimo guadagno e dell'espansione in tutte le direzioni. È il momento giusto: in meno di venticinque anni, la capitale d'Italia passerà da 1 milione e mezzo di abitanti a oltre 2 milioni e settecentomila; nella città, saranno costruiti qualcosa come 500.000 nuovi alloggi, dotati di oltre 3.000.000 di vani. Tra il 1947 e il 1966, a Roma saranno edificati 5 milioni di metri cubi di costruzioni fuori terra, quasi il 40% di tutto l'edificato nazionale nello stesso periodo.

Per chi - come la Società Generale Immobiliare - si è ben preparato, essendo l'impresa proprietaria di 675 ettari fabbricabili sul territorio di Roma, il grande ballo sta per cominciare.

Si tratta, naturalmente, di una danza ispirata a nobilissimi ideali, ai sani valori della tradizione e ad un sentimento di paterna protezione nei confronti del popolo semplice: «dovremmo decisamente orientarci», viene infatti affermato nel corso di un'assemblea generale degli azionisti nel 1952, «verso la più ampia diffusione della proprietà della casa, ancoraggio della unità materiale e morale della famiglia. È una istanza sociale che trova radici profonde nella nostra tradizione e differenzia la nostra civiltà latina da altre concezioni di vita. Questa esigenza è sempre più sentita in ogni strato della popolazione ed anche nei ceti meno dotati, portati, per la stessa loro semplicità di vita, ad apprezzare più di altri la soddisfazione di possedere una modesta casa propria».

Seicentosettantacinque ettari. Si tratta di 6.750.000 mq di terra di Roma, equivalente ad un quadrato di due chilometri e mezzo di lato. Tutto da costruire.

E nulla conta il fatto che questo quadrato sia costituito da tantissimi appezzamenti di terreno sparsi su tutto il territorio romano, attorno al centro storico, da nord a nordest, da sud a sudovest: tutto, proprio tutto sarà edificato, strangolando il centro di Roma e riducendo la città ad un insensato conglomerato di cemento disperso a chiazze su tutta la superficie posta attorno al nucleo urbano storico.

La città non si espanderà dove la scienza urbanistica e il principio del conseguimento del benessere dei suoi abitanti consiglierebbero: Roma si espanderà, invece, dove vorrà la Società Generale Immobiliare. Sulla base, dunque, dei suoi interessi. E della posizione dei suoi terreni.




















14 Nov 2017
Un oceano sonante in Vaticano
Quando l'11 febbraio 1929 il Cardinale Pietro Gasparri, Segretario di Stato della Santa Sede, e Benito Mussolini, Capo del Governo Primo Ministro e Segretario di Stato del Regno d'Italia, apposero le proprie firme al “Trattato fra la Santa Sede e l'Italia” - i Patti Lateranensi - la storia dei rapporti politici tra Italia e Santa Sede subì un mutamento radicale, con la costituzione della Città del Vaticano e il mutuo riconoscimento tra le due entità statuali.

Quelle firme, però, comportarono anche il verificarsi di un diverso e importantissimo effetto: quel giorno, la Santa Sede fu, di punto in bianco, repentinamente, inondata di denaro. Quantità favolose, esorbitanti di denaro liquido.

Infatti, la Convenzione Finanziaria, facente parte integrante dei Patti, non lasciava dubbi al riguardo. «Il Sommo Pontefice, considerando [...] i danni ingenti subìti dalla Sede Apostolica per la perdita del patrimonio di San Pietro, costituito dagli antichi Stati Pontifici» e dovendosi dunque corrispondere alla Chiesa una somma «parte in contanti e parte in consolidato» a titolo di indennizzo, e visto anche «che lo Stato italiano, apprezzando i paterni sentimenti del Sommo Pontefice, ha creduto doveroso aderire alla richiesta del pagamento di detta somma», il Regno d'Italia si obbligava a versare alla Santa Sede 750 milioni in lire italiane contanti, nonché 1 miliardo in titoli di debito dello Stato.

Si trattava di una cifra pari a qualcosa come 1 miliardo e 500 milioni di euro di oggi. In un colpo solo.

Proviamo a immaginare cosa possa avere significato, per uno Stato piccolissimo, praticamente ridotto ai minimi termini come il Vaticano, privo di territorio e materie prime, di attività industriali, commerciali, agricole e di servizio, se non di dimensioni irrilevanti - e in perenne crisi finanziaria, ulteriormente aggravatasi negli anni 1920 - vedersi piovere addosso una cifra così gigantesca, che non solo raddrizzava finalmente i pericolanti, disastrati bilanci papali, ma li annegava letteralmente in un oceano sterminato di danaro.

Si trattava di gestire, da un giorno all'altro, una ricchezza del tutto spropositata.

Dove depositarla? Come utilizzarla? In quale modo investirla?

Il primo, rapido passo di Pio XI fu quello di istituire, con 'motu proprio' del 7 giugno 1929, un ente al quale potesse essere demandata tale gestione: fu dunque creata l'Amministrazione Speciale per le Opere di Religione, direttamente dipendente dal Sommo Pontefice, nella quale sarebbero confluite quelle ingentissime ricchezze. Un'Amministrazione Speciale che, nel 1942, cambierà la propria denominazione: e si chiamerà Istituto per le Opere di Religione - meglio conosciuto come IOR, la banca del Vaticano.

Il secondo passo sarebbe stata una conferma: a capo dell'Amministrazione Speciale fu chiamato Bernardino Nogara, ingegnere, uomo d'affari con solida esperienza internazionale, grande banchiere e consigliere della Banca Commerciale Italiana (Comit), l'uomo che era stato uno dei negoziatori vaticani per la sezione finanziaria dei Patti Lateranensi. E proprio alla Comit sarebbero state depositate le somme e i titoli conferiti dal Regno d'Italia alla Santa Sede.

Nogara, amministratore esperto e spregiudicato, rimarrà in carica per ben venticinque anni - fino al 1954: sarà conosciuto come “il Banchiere di Dio”, l'uomo che porrà le basi dell'impero edilizio, industriale e finanziario del Vaticano, utilizzando come punto di partenza la ricchezza conferita alla Santa Sede grazie alla firma dei Patti Lateranensi, e che promuoverà investimenti di ogni genere in Italia e nel mondo.

A Bernardino Nogara non sfugge certo quel tesoro fondiario ed edilizio nascosto nella pancia della Società Generale Immobiliare. Come uomo Comit, azionista di maggioranza della Società, egli sa bene che la vasta distesa di terreni edificabili situati nell'area di Roma e custoditi nel patrimonio sociale costituiranno, per i decenni a venire, una sorta di prodigiosa gallina dalle uova d'ora, con un ritorno sul capitale di rischio investito pari a dieci, venti volte le somme impiegate.

Si trattava dell'investimento ideale per chi, come il Vaticano, si fosse trovato in quegli anni ad essere enormemente liquido, e avesse voluto tentare di moltiplicare, con investimenti altamente redditizi, quella fortuna.

Quando, pochi mesi dopo la stipula dei Patti Lateranensi, la crisi del 1929 si abbatté sugli Stati Uniti e successivamente sul mondo intero, compresa l'Italia, si crearono le condizioni perfette per potere fare propria quella società così enormemente attraente. All'inizio degli anni 1930 la Comit, che aveva erogato prestiti a grandi imprese industriali divenute in seguito insolventi proprio a causa dalla Grande Crisi, venne a trovarsi sull'orlo del fallimento e, nel 1934, dovette subire la nazionalizzazione, con l'inserimento nel patrimonio del nascente IRI, l'lstituto per la Ricostruzione Industriale.

Subito dopo, nel 1935, la Comit cedette il pacchetto di controllo della Società Generale Immobiliare alla Santa Sede, che lo acquisì al patrimonio dell'Amministrazione Speciale per le Opere di Religione.

La gallina dalle uova d'oro era adesso nelle mani del Vaticano. Con quella lungimirante acquisizione, il nuovo Stato posto al di là del Tevere avrebbe ora potuto stringere liberamente la presa sul corpo di Roma: quella stessa Roma che la Santa Sede era stata costretta ad abbandonare, in modo definitivo, con i Patti del 1929, ma che tornava adesso, in gran parte - con una sorta di storico contrappasso fondato sul potere della finanza - nuovamente nella sua disponibilità.

Il Vaticano aveva perso Roma. Ma non del tutto. Era tornato nuovamente in città. E ora, quelle uova d'oro, le avrebbe estratte ad una ad una, dalla terra illustre della capitale d'Italia, senza alcuno scrupolo, e senza lasciarne indietro neanche una.




















9 Nov 2017
La Società Generale Immobiliare e Roma, amore al primo morso
Come stiamo per vedere, la Società Generale Immobiliare non è sempre stata sotto il controllo del Vaticano. Al momento della sua nascita, a Torino il 1° settembre 1862, l'Unità d'Italia era appena divenuta una realtà politica, ma ad essa mancava ancora il principale coronamento: la conquista di Roma, all'epoca ancora città capitale dello Stato Pontificio.

Già nello statuto della Società era comunque scolpito, a chiare lettere, quello che sarebbe stato il suo futuro destino, imprenditoriale e speculativo: la Società avrebbe operato nel settore dei lavori edilizi di utilità pubblica, nei lavori agricoli, nelle bonifiche, nella costruzione di canali, strade e ferrovie, ma - soprattutto - nell'«ingrandimento, costruzione e bonificamento di città». Mai parole sarebbero risultate più profetiche.

Nel 1880, la Società Generale Immobiliare trasferisce la propria sede legale a Roma, la città che avrebbe costituito il trampolino di un successo lungo un intero secolo, nonché l'oggetto primario delle proprie insaziabili mire speculative.

Era, quella, la Roma della rapida crescita, delle grandi opportunità e degli immensi guadagni: fresca capitale del Regno d'Italia, la città necessitava di nuovi, moderni quartieri per le schiere di impiegati e funzionari che, dalle sponde del Tevere, avrebbero presieduto alla gestione di uno Stato unitario che si estendeva ora dalle Alpi alla Sicilia.

Fu lì che la Società cominciò ad acquisire dimestichezza con la grande speculazione fondiaria ed urbanistica. Erano infatti gli anni del tumultuoso «ingrandimento» della città, quando aree di inestimabile valore storico, artistico ed archeologico - oggi del tutto dimenticate - furono spazzate via per realizzare i moderni casamenti dell'Esquilino, dei Prati di Castello e del quartiere Ludovisi.

In realtà, in quei giorni non si tratta, solamente, di costruire; si tratta - anche - di acquistare: acquistare quei terreni che, con il luminoso sviluppo della capitale di uno dei più importanti Paesi europei, sarebbero divenuti fonte sicura di grandiose plusvalenze, una volta che fossero stati destinati all'edificazione. Già nel 1905, il Consiglio di Amministrazione è in grado di delineare strategicamente il futuro del proprio profittevolissimo business: «nelle condizioni presenti», si sarebbe proceduto all'acquisto «non già di terreni fabbricativi, ma di fondi rustici che abbiano possibilità di rivendersi in avvenire come fabbricativi, e che diano intanto un modico reddito dalla coltivazione».

E gli acquisti si susseguono. Nel 1882 vengono rilevati terreni per 7 ettari nella zona del futuro quartiere Prati, sul quale comincia l'edificazione. Nel 1885 la Società stipula una convenzione con il Principe Ludovisi di Piombino per la liquidazione della meravigliosa, unica, preziosissima Villa Ludovisi, 26 ettari che vengono completamente lottizzati e fatti sparire sotto i casamenti che costituiscono oggi il quartiere Salario-Pinciano (vedere immagine). Uno scempio assoluto: la Villa, famosa in tutta Europa e celebrata anche da Goethe e Stendhal, nel 1886 viene spianata dagli operai, sotto gli occhi attoniti di artisti e intellettuali quali Mommsen, Grimm, Gregorovius. «I giganteschi cipressi ludovisii», scriverà D'Annunzio nel suo romanzo “Le vergini delle rocce”, «giacevano atterrati (mi stanno sempre nella memoria come i miei occhi li videro in un pomeriggio di novembre), atterrati e allineati l'uno accanto all'altro [...] E d'intorno, su i prati signorili [...] biancheggiavano pozze di calce, rosseggiavano cumuli di mattoni, [...] si alternavano le chiamate dei mastri e i gridi rauchi dei carrettieri [...] Sembrava che soffiasse su Roma un vento di barbarie». Hermann Grimm si esprimerà invece con queste parole: «Predire che sotto il nuovo Governo la villa dovesse andare distrutta, come oggi accade, e gli allori, le querce, i pini abbattuti, come oggi li vedi abbattere, sarebbe stata allora un'offesa che neanche il più acerbo nemico della nuova Italia avrebbe osato recarle, perchè sarebbe sembrata un'enorme follia».

Quel vento di barbarie e di follia continuerà a soffiare, a gonfiarsi, a percorrere rapace il corpo di Roma, sospinto dalle mire speculative della Società Generale Immobiliare. Saranno acquisiti i terreni nella zona rurale di Monte Mario, dove oggi sorge l'odierno quartiere Trionfale-Camilluccia, e ancora, nel 1913, Villa Heritz, tra Salaria e Parioli. E poco importa, appunto, se non tutti i fondi acquistati siano meramente «rustici», e che si tratti invece di ville patrizie, dotate di giardini dalla bellezza rara e preziosa. Le lottizzazioni non guardano in faccia a nulla e a nessuno, perché si vuole che le aree acquisite siano poste «in valore fabbricativo il più presto possibile», come dichiarato dalla stessa Società. I terreni di Villa Heritz sono dunque resi immediatamente edificabili e venduti a lotti, con la costruzione dei casamenti di Via Panama, Via Lima e Via Lisbona. Sarà poi la volta di Villa Anziani, tra Salaria e Nomentana, 22 ettari obliterati e completamente edificati a loro volta.

E ancora, Via XX Settembre, lungo la quale saranno costruite le sedi dei Ministeri del nuovo Stato unitario; e poi, ancora, 12 ettari tra Via Salaria e Villa Albani, destinati ad edificazione residenziale per impiegati e funzionari. La Società Generale Immobiliare, strategicamente, non si limita all'acquisto dei soli terreni, ma stipula anche apposite convenzioni per la sistemazione e l'adeguamento delle strade d'accesso ai futuri quartieri non ancora edificati (Via Nomentana, Camilluccia), ponendo così in atto un efficiente meccanismo di incremento del valore dei propri terreni - che rimarranno «rustici» solo in via temporanea.

La città, dunque, si estende dove la Società Generale Immobiliare vuole. E questa sarà una costante del suo agire imprenditoriale, in stretto contatto con la pubblica amministrazione capitolina.

Siamo ormai giunti agli inizi del 1900: la Società si ritrova ora proprietaria non solo di notevolissime estensioni di terreno edificabile, ma anche di un grande numero di edifici già costruiti: ben 125, tra il centro storico e i quartieri Prati, Castello, Esquilino, Castro Pretorio e Celio.

Eppure, la Società Generale Immbiliare sa anche aspettare. Non pretende di avere tutto e subito. Ad esempio, non procederà immediatamente alla lottizzazione e alla vendita delle aree situate nelle zone di Monte Mario e della Camilluccia, «in attesa che la località vada meglio accreditandosi». E si valorizzi sempre di più, a mano a mano che i terreni della Società vengono raggiunti dalle nuove propaggini cittadine.

Alla fine della Prima Guerra Mondiale, la Società Generale Immobiliare è già posizionata tra i primi e più importanti proprietari fondiari della capitale d'Italia. L'impresa detiene estese aree di terreni nelle zone a nord della città (Salaria, Pinciano, Trieste, Nomentana, Parioli, Prati, Flaminia Grottarossa, Aurelio, Ostiense) e in zone centrali ad elevatissimo potenziale (Porta Angelica e Porta di Largo Cavalleggeri, ai due lati del Vaticano). Ma non mancheranno cospicui investimenti nelle aree orientali (Portonaccio, Prenestina, Acqua Bullicante, Pigneto), verso sud-est (Ardeatina) e, successivamente, anche verso sud, verso il mare (Acilia, Malafede, Palocco), seguendo le prospettive che saranno aperte dal progetto di una Esposizione Universale di Roma, il futuro quartiere EUR.

Terreni edificabili, o da rendere tali. Un tesoro ricchissimo, prodigioso. Oro puro dalla terra di Roma. Nascosto nella pancia della società. E gli azionisti lo sanno bene. Tra le due guerre mondiali, nell'azionariato è infatti presente una tra le più importanti realtà finanziarie e imprenditoriali italiane: la Comit, la Banca Commerciale Italiana, che detiene quasi il 50% delle azioni.

Questo tesoro, fatto di terreni edificabili e di infinite possibilità di costruzione, passerà presto di mano. E saranno due specifici eventi a promuovere questo particolare passaggio. Eventi entrambi verificatisi nell'anno 1929.

Il primo accadimento è la crisi finanziaria internazionale del 1929, che condurrà la Comit sull'orlo del fallimento.

Il secondo evento, invece, sarà fonte di enormi guadagni per il futuro acquirente della Società Generale Immobiliare.

Stiamo parlando, infatti, dell'11 febbraio 1929: il giorno della firma dei Patti Lateranensi.
































9 Nov 2017
Mani insaziabili sulla città
Riprendiamo la nostra serie di post che illustrano come Roma sia potuta diventare, oggi, ciò che in effetti è diventata: una città avvolta e soffocata da una cementificazione compulsiva, da uno sviluppo edilizio irrazionale e senza freni, da una pianificazione urbanistica inesistente, con una edificazione ubiquitaria “a macchia d'olio”, patologicamente tesa al riempimento di ogni spazio disponibile e guidata solamente dall'interesse di un numero limitato di soggetti privati a detrimento del benessere di tutti gli altri cittadini.

Una vicenda storica, in gran parte sviluppatasi nella seconda metà dello scorso secolo, della quale oggi tutti noi paghiamo il prezzo, ogni giorno della nostra vita: con flussi di traffico pesantissimi tra il centro e le estese, molteplici periferie; con la sostanziale assenza, in molti quartieri, di aree adibite a verde pubblico; con l'impossibilità, in molte zone, di reperire un qualsiasi parcheggio, a causa della prorompente densità abitativa o delle ampiezze palesemente insufficienti della pubbliche vie poste a servizio dell'edificato. Un prezzo che paghiamo anche con l'evidente difficoltà di potere disegnare, in presenza di una tale incoerente complessità urbanistica, servizi di trasporto pubblico semplici ed efficienti, o anche procedure di raccolta dei rifiuti ottimizzate sul territorio.

Di tutto questo, ci lamentiamo tutti i giorni. Ma, forse, non ci siamo mai chiesti come tutto ciò sia stato possibile. Chi ha potuto condurre la città fino a questo punto?

Nei post precedenti, abbiamo raccontato la storia di uno dei protagonisti di questo grande processo di decadimento urbanistico: la storia del marchese Alessandro Gerini, il “Costruttore di Dio”, l'uomo che riuscì a tramutare la sua estesissima proprietà fondiaria, ereditata dalla famiglia Torlonia, in puro oro edificabile.

Oro puro dalla terra di Roma: una terra che - a destinazione agricola - valeva meno di 1.000 lire al metro quadro; ma che - mutandone la destinazione a edificabile - poteva raggiungere valori compresi tra le 10.000 e le 20.000 lire al metro quadrato.

Dieci, venti volte il valore iniziale. Talvolta anche di più.

Un investimento dalla redditività impensabile, quasi fiabesca. Il più grande business del nostro Paese. L'affare del secolo.

Alessandro Gerini fu uno dei grandissimi speculatori che lucrarono fortune immense sulla proprietà fondiaria di Roma. E il suo nome, come abbiamo visto, è praticamente sconosciuto ai più.

Ma ve ne sono stati altri, di speculatori. Soggetti che hanno accumulato fortune ancora più immense. Costruendo, cementificando, edificando ovunque sul corpo e sulla terra di Roma.

Anche questo nome risulta essere sconosciuto al grande pubblico. Eppure, è stato proprio questo soggetto ad avere costruito una significativa parte di Roma.

Il suo nome era Società Generale Immobiliare. Un nome che, ai più, non dice assolutamente nulla. Forse, però, molti riconosceranno, più facilmente, il nome del suo controllante.

Si chiama Vaticano.



















9 Ott 2017
Gerini, ricchezze, IOR e una triste considerazione finale
E così, con un lunghissimo viaggio che ha attraversato ben sette decenni, partendo dalla speculazione urbanistica che ha ridotto Roma così come la conosciamo oggi, abbiamo potuto seguire anche il lungo, tortuoso percorso dell'enorme montagna di soldi che quelle speculazioni hanno generato.

Alla fine di questa incredibile avventura, dal taglio quasi cinematografico, rimangono ancora alcune domande, alle quali tentare di dare una risposta.

Domanda n. 1: i soldi del marchese Alessandro Gerini sono stati trovati tutti? Sono tutti veramente finiti nella “Fondazione Istituto Marchesi Teresa, Gerino e Lippo Gerini”, e dunque nelle casse salesiane (a meno della porzione pignorata)?

Risposta: probabilmente no.

Nel volume di Gianluigi Nuzzi “Vaticano S.p.A.” (Chiarelettere, 2009), si rileva, ad esempio, che molti soldi del “Costruttore di Dio” si trovavano ben lontani, al sicuro, in Svizzera, nei conti bancari di una fondazione denominata “Surava”, intestata proprio a Gerini. Solamente in quei conti, risultavano depositati 52 milioni di franchi svizzeri, qualcosa come 4 miliardi di lire dell'epoca. Inotre, Gerini era proprietario di «molte cose, titoli di proprietà immobiliari in Argentina, Brasile, a Montevideo, Canada e Africa che non appaiono registrate». Il tesoro del marchese, dunque, era molto più grande di quanto apparisse a prima vista.

Domanda n. 2: come è possibile che tutto questo sia pouto accadere, e cioè che un qualunque marchese Gerini si sia potuto arricchire in modo così gigantesco, contribuendo tra l'altro a segnare il destino di una città come Roma?

Risposta: è ancora il volume di Gianluigi Nuzzi a fornirci alcuni interessanti spunti di riflessione.

Citando da un appunto scritto all'epoca da Monsignor Renato Dardozzi, Nuzzi riporta che «il signor Silvera, faccendiere di origine siriana, ha acquistato dai quattro eredi Gerini i diritti dell'eredità. [....] è necessario fare al più presto un compromesso con gli eredi perché al momento della registrazione dell'eredità saranno «aperte» molte informazioni pericolose e anche compromettenti per le Autorità religiose».

E quali sarebbero state queste “informazioni pericolose”, che il mediatore Silvera avrebbe minacciato di rivelare al fine di convincere la controparte a scendere a patti con i nipoti del Gerini? È sempre Nuzzi a spiegarcelo, citando questa volta da una relazione scritta da uno dei legali che assistevano i Salesiani a metà degli anni 1990: «La fondazione, che per dieci anni non ha operato sugli impegni di statuto, è stata strumento per transito di capitali dall'Italia all'estero. Si ha la sensazione che siano esistiti raccordi con lo Ior e con le cosiddette società patrocinate dallo stesso Ior».

Et voilà: basta grattare un poco sotto la grande speculazione di Roma per arrivare, a sorpresa, verso i grandi misteri d'Italia. Ecco perché di questi argomenti si parla sempre così poco, e quasi sottovoce.

Domanda n. 3: e i Salesiani?

I Salesiani hanno perso la loro battaglia. Ma - ricordiamolo - la massima parte dell'eredità Gerini è comunque positivamente pervenuta nelle loro mani. Incontestata. Qualcosa come 550 milioni di euro.

Perché molti non lo sanno, ma la Casa Generalizia Salesiana - Direzione Generale Opere Don Bosco è una potenza finanziaria titanica, e come tale è in grado di agire. Al di là, e ben oltre, la vicenda Gerini.

Sapevate, ad esempio, che dietro al fondo Atlante, il veicolo finanziario da 5-6 miliardi di euro lanciato nel 2016 su iniziativa del Ministro delle Finanze Padoan per salvare le banche italiane oberate di crediti deteriorati, ci sono anche i Salesiani? Risalendo la catena delle controllanti - tutte in Lussemburgo - si trova che la capofila “Quaestio Holding” appartiene, per una quota del 15,6%, proprio alla Direzione Generale Opere Don Bosco. Incredibile, ma vero. E senza nemmeno contare quel fondo Polaris Investment Sa, a suo tempo costituito dai Salesiani, sempre in Lussemburgo.

Tanti soldi, dunque. In parte, purtroppo, provenienti anche dalle speculazioni di tanti anni fa.

Domanda n. 4 (la più importante, e la più amara): e se invece del marchese Gerini, ci fosse stato qualcun altro?

Se invece del marchese Gerini, basso, scapolo, misantropo, innamorato solamente dei soldi, ci fosse stata un'altra tipologia di aristocratico, un'altra e diversa nobiltà, le cose sarebbero potute andare diversamente? Sarebbe stato possibile risparmiare, alla città di Roma, lo sfregio mortale e definitivo rappresentato dalla costruzione di estesissimi quartieri di cemento ad elevata intensità abitativa?

Se invece dello squallido Gerini, sceso nella tomba senza poter portare con sé nemmeno uno dei suoi miliardi, ci fosse stato - ad esempio - un Caetani? Un membro di quella nobile famiglia la quale, sebbene ricchissima in termini di proprietà fondiarie nel Lazio, ha sempre dato spazio allo studio, alla cultura, all'arte? Una famiglia i cui maggiori esponenti, uomini e donne, sono stati, negli ultimi centocinquanta anni, esperti conoscitori di Dante, archeologi, storici delle religioni, musicisti e fondatori di riviste letterarie?

Forse, questa nobiltà avrebbe risparmiato Roma. Avrebbe saputo salvaguardare e proteggere gran parte del meraviglioso, pittoresco Agro Romano. Avrebbe impedito lo scempio costituito da palazzi da dieci piani innalzati sulle rovine archeologiche di un passato che tutto il mondo ci invidia.

È questo il finale, triste e desolante, della nostra storia. Purtroppo, invece dei Caetani, abbiamo avuto un Gerini.






















8 Ott 2017
La lotta infinita per l'eredità Gerini e un epilogo sconcertante (di sei giorni fa)
Millecinquecento miliardi di lire. A tanto ammonta lo strabiliante valore del patrimonio del marchese Alessandro Gerini, accumulato in decenni e decenni di speculazioni urbanistiche che hanno contribuito a creare quella Roma invivibile e caotica che tutti oggi ci troviamo a vivere. Un patrimonio lasciato in eredità alla Fondazione Istituto Marchesi Teresa, Gerino e Lippo Gerini, controllata dai Salesiani.

Ma quell'eredità fa gola a molti. Soprattutto ai nipoti di Gerini, lasciati senza il becco di un quattrino. Comincia dunque una lotta sorda, che dura - come vedremo - fino ai nostri giorni. In effetti, fino a pochi giorni fa.

Alla morte del marchese, nel 1990, qualcuno coglie subito l'opportunità di entrare a far parte della partita: i familiari di Gerini entrano in contatto con un personaggio molto particolare, un mediatore, il cui nome è Carlo Moisé Silvera. Italiano, di origine ebraica, nato ad Aleppo, in Siria, è un finanziere e un costruttore. Si propone ai nipoti come mediatore. L'idea è quella di non abbandonare quell'eredità, e di tentare di contrastare, in ogni modo, i potentissimi Salesiani. Con l'aiuto di Silvera, comincia allora una guerra dura, infinita, a colpi di atti di citazione e di procedimenti instaurati innanzi a tribunali civili ed ecclesiastici.

La posta in gioco è altissima. Dall'altro lato, i Salesiani schierano l'avvocato Michele Gentiloni Silveri, «da sempre vicino alla Chiesa Cattolica, tanto per antica storia familiare che per esperienza professionale». I Gentiloni Silveri, infatti, appartengono anch'essi ad una famiglia dall'antica nobiltà fedele al Papato. Lo stesso Presidente del Consiglio, Paolo Silveri Gentiloni, appartiene a questa medesima famiglia, essendo egli il cugino dell'eminente legale.

Dopo molte cause e molti tribunali, in data 8 giugno 2007, dopo ben 17 anni, sembra intravvedersi finalmente la possibilità di un accordo definitivo: la Fondazione, e dunque i Salesiani, accetta di corrispondere ai nipoti del “Costruttore di Dio” il 15% del valore dell'eredità, al fine di chiudere il contenzioso. Si tratta di una cifra importante, anche se all'epoca ancora esattamente da stimare: nessuno sembra sapere quale sia esattamente il valore dell'eredità, anche se si parte da una base ipotizzata di soli 180 milioni. La Fondazione, però, non dispone delle ingenti liquidità necessarie a liquidare quella percentuale (essendo gran parte del patrimonio da essa ereditato costituito da terreni e beni immobili): la Direzione Generale Opere Don Bosco, con l'Economo Generale Don Giovanni Battista Mazzali, si pone allora come garante. Saranno dunque i Salesiani a sborsare il denaro dovuto ai nipoti e al mediatore, a valle dell'effettuazione della stima del valore esatto dell'asse ereditario.

A titolo di anticipazione e in attesa delle stime, vengono subito corrisposti 16 milioni di euro: solamente 5 ai nipoti di Gerini e ben 11 al mediatore Silvera. L'accordo prevede addirittura che, dopo l'effettuazione della stima complessiva del patrimonio, la percentuale spettante al mediatore dovrà salire ulteriormente. Ma qualcosa va storto. Infatti, occorre ora stabilire quanto valga effettivamente quell'eredità: una speciale commissione nominata dalle parti comincia a lavorare sulle perizie, e si comincia a litigare se il valore dell'asse ereditario sia di soli 180 milioni di euro, come sostenuto dalla Fondazione e dai Salesiani, o se non sia invece molto più grande, ben 658 milioni di euro, come sostenuto da Silvera, il mediatore dei pretendenti, e dalla commissione di periti. L'aspetto, ovviamente, non è di secondaria importanza, perché anche la quota concordata per chiudere il contenzioso schizzerebbe ben al di sopra delle cifre ipotizzate inizialmente, raggiungendo esattamente i 99 milioni di euro.

In questo contesto nuovamente conflittuale, i Salesiani si rifiutano di pagare ulteriori cifre oltre l'anticipo già corrisposto. Ma l'intera faccenda, ormai, sembra sfuggire loro dalle mani: nel 2009, il mediatore Silvera riesce ad ottenere ciò che pareva appartenere al regno dell'impossibilità, un decreto ingiuntivo nei confronti dei Salesiani per la mostruosa somma di 130 milioni di euro. Come se gli eredi di Don Bosco fossero un qualunque creditore inaffidabile e moroso - per un credito però titanico, di dimensioni rarissimamente trattate presso i giudici che si occupano di ingiunzioni di pagamento nei tribunali italiani.

E avviene l'impensabile: il 18 marzo 2010 il Tribunale di Milano, visto il decreto ingiuntivo citato, dispone il sequestro dei beni della Casa Generalizia Salesiana. Un evento impensabile, incredibile, scandaloso. Mai accaduto prima, nemmeno ai tempi oscuri di Roberto Calvi e del Banco Ambrosiano.

Alla sede generale dei Salesiani a Roma, il grande complesso situato a Via della Pisana 1111, giusto al di fuori del Grande Raccordo Anulare, vengono apposti i sigilli. E non solo questo: ricordiamo che i Salesiani sono anche una grande potenza finanziaria, in grado di gestire propri fondi di investimento, proprio come una grande banca. E infatti, viene sequestrato anche il fondo denominato Polaris Sgr, riconducibile agli ecclesiastici che si ispirano a Don Bosco. Dove? In Lussemburgo. Infine, i terreni: sotto sequestro 120 ettari di terreni della Fondazione Gerini a Fiumicino e Falcognana, sull'Ardeatina.

Per i Salesiani, la situazione è ormai disperata. L'illustre congregazione religiosa, seconda per diffusione nel mondo solamente alla Compagnia di Gesù, sembra rischiare il fallimento (benché la finanza salesiana - come vedremo - sia in grado di gestire ben altri numeri). Comunque, una vergogna indicibile per un ente ecclesiastico che annovera quasi 15.000 religiosi, 120 parrocchie in Italia e 130 ispettorìe nel mondo, gestendo varie centinaia di scuole e centri di formazione attorno a tutto il globo.

E si tenta allora un'azione estrema, altrettanto disperata.

A inizio 2012, i Salesiani, assistiti dallo studio legale Gentiloni Silveri, denunciano penalmente innanzi alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma il mediatore Silvera e l'avvocato milanese Zanfagna, che aveva partecipato al negoziato del 2007 in qualità di mediatore: l'ipotesi di reato è quella di truffa. Gli ecclesiastici accusano sostanzialmente Silvera e Zanfagna di averli «raggirati [...] convincendoli a firmare un patto che favorisce soltanto lui e Silvera». Ma si tratta di uno scenario estremamente arduo da dimostrare, e le indagini non sembrano condurre ad una conferma del pesante quadro accusatorio ipotizato. Lo stesso Segretario di Stato Vaticano, Cardinale Tarcisio Bertone - salesiano anche lui - in un ultimo, disperatissimo tentativo di convincere il giudice penale, testimonierà di avere subìto pressioni dal mediatore e dall'avvocato per pervenire alla chiusura dell'accordo, scoprendo subito dopo che la stima dell'eredità Gerini era stata «gonfiata a dismisura per aumentare la somma destinata a Silvera».

Tutto inutile. A novembre 2012, il giudice decide per l'archiviazione del caso, perché lo scenario che presenta i Salesiani come ingenui sprovveduti alla mercé di truffatori senza scrupoli appare veramente difficile da credersi: «emerge una gestione concordata degli interessi in campo, alla quale si perviene dopo una transazione voluta dalle parti, certamente in grado di valutare gli operatori cui si affidavano e la portata nonché la convenienza dell’accordo».

Tutto finito? No: le cose, infatti, si complicano ancora - per quanto possa sembrare impossibile. Due anni dopo, parte una nuova, incredibile denuncia penale. E questa volta, si tratta dei Salesiani contro se stessi.

Infatti, l'ormai famoso accordo firmato l'8 giugno 2007 era stato preceduto da una lettera sottoscritta il 19 maggio dello stesso anno dal Segretario Generale dei Salesiani, Marian Stempel, nella quale si autorizzava la “Fondazione Istituto Marchesi Teresa, Gerino e Lippo Gerini” a concludere l'accordo. La lettera, però, risulterà essere stata modificata in alcuni punti, con l'inserimento di frasi aggiuntive.

Una falsificazione? La prova della truffa? Un'occasione per invalidare l'intero accordo, e anche il temutissimo pignoramento, ormai imminente? Certo che sì. E allora, il 1 marzo 2014 è lo stesso Rettor Maggiore dei Salesiani a recarsi presso la Procura della Repubblica di Roma per chiedere la riapertura dell'inchiesta. Parte dunque un nuovo procedimento penale, nel quale viene posto sotto accusa lo stesso Economo Generale dei Salesiani all'epoca dell'accordo, Don Giovanni Battista Mazzali, Contemporaneamente, il Vaticano provvede ad annullare in tutta fretta i visti all'accordo concessi nel 2007. Si spera così di bloccare il pignoramento, anche se lo spiacevole effetto collaterale - triste, ma necessario - è quello di sacrificare Don Mazzali, esponendolo ad un procedimento penale.

Nel frattempo, però, il pignoramento procede lungo i propri ferrei binari: il 30 aprile 2014, la Casa Generalizia dei Salesiani alla Pisana, il “Salesianum”, viene posta - una vera enormità - all'asta: tre lotti, per un totale di 65 milioni di euro. Uffici, biblioteche, refettori, una struttura alberghiera con 169 camere, campi sportivi. Una vera vergogna, per i discendenti di Don Bosco.

Ma cosa succede? Le aste vanno a vuoto. Nessuno si presenta. E i Salesiani guadagnano tempo, alla ricerca disperata di soluzioni “creative” per evitare un evento che pare ormai essere inevitabile.

E si arriva ai nostri giorni. Ormai è chiaro a tutti che i soldi grossi, quelli veri, li guadagnerà Carlo Moisé Silvera, l'uomo che sin dall'inizio si era proposto come mediatore in favore dei nipoti del marchese Gerini, e che è riuscito a negoziare un vantaggiosissimo accordo con i Salesiani - vantaggioso soprattutto per se stesso - facendosi pagare intraprendendo un grandioso quanto clamoroso pignoramento. Una delle nipoti del marchese Gerini, Anna Maria, tenta un'azione legale in sede civile contro il Silvera, accusandolo di avere condotto con malafede le trattative della transazione del 2007. Ma anche questo procedimento terminerà con una sentenza favorevole all'abilissimo mediatore. Una sentenza del giugno 2016, praticamente dell'anno scorso: a 26 anni dalla morte del marchese Alessandro Gerini, il “Costruttore di Dio”.

Ma siamo ormai alle ultime battute di questo dramma durato oltre 27 anni: solo poche settimane fa, con sentenza del 24 giugno 2017, la VII Sezione Penale del Tribunale di Roma ha prosciolto dalle accuse l'ex Economo Generale, Giovanni Battista Mazzali, il mediatore Carlo Moisé Silvera e l'avvocato Zanfagna dall'accusa di truffa con falsificazione di documenti ai danni dei Salesiani, assolvendo tutti con formula piena. Perché? Perché lo stesso Cardinale Tarcisio Bertone, nella sua deposizione come testimone, ha confermato come il Mazzali, nel 2007, fosse stato sostanzialmente contrario all'accordo, e anzi fosse stato proprio Bertone a spronarlo verso la conclusione. Un autogol incredibile da parte dell'accusatore, che ha reso manifesta tutta l'infondatezza dell'accusa, la cui unica funzione era quella di tentare di procrastinare l'esecuzione del pignoramento.

Questo racconto - incredibile, spettacolare, pieno di colpi di scena, e sconosciuto ai più - sta giungendo alla fine, proprio in questi giorni. Ed è con lo stesso senso di sorpresa e di aspettazione con le quali, forse, state leggendo queste righe, che il vostro scrittore scopre - assieme a voi - come tutta questa lunghissima e contorta vicenda sia andata a finire: perché è notizia del 2 ottobre 2017. Solamente sei giorni fa.

E la notizia è che i Salesiani, una delle congregazioni religiose più potenti al mondo, hanno perso definitivamente la loro battaglia. Dopo l'assoluzione nel processo penale che ipotizzava, ancora e ancora, la presenza di una truffa, indimostrata e probabilmente indimostrabile, il pignoramento ha potuto finalmente seguire il proprio corso. Con esiti catastrofici per la Società Salesiana.

Infatti, l'intera Casa Generalizia di Via della Pisana 1111 è stata appena trasferita nelle mani del creditore: l'astuto, perseverante, abilissimo mediatore Carlo Moisé Silvera. Essendo infatti tutte le aste andate deserte, il creditore ha potuto presentare una propria istanza di immissione nel possesso e nella proprietà del bene. E dunque, l'intera organizzazione dirigenziale della Società Salesiana di San Giovanni Bosco sta in questi giorni abbandonando la struttura immobiliare - non più di sua proprietà - per dirigersi, a capo chino, verso la Chiesa del Sacro Cuore, storica sede salesiana situata accanto alla Stazione Termini a Roma. Sotto lo sguardo sconcertato e deluso di un Don Giovanni Bosco che, dal cielo, assiste allo spettacolo triste di vedere i propri epigoni dedicarsi al denaro e ai grandi affari anziché ricordarsi delle sue parole, «una veste, un tozzo di pane, devono bastare ad un religioso».

È l'epilogo sconcertante di una vicenda i cui semi si collocano negli anni 1950, con il grande sacco di Roma compiuto da speculatori, come il marchese Alessandro Gerini, strettamente legati alla Chiesa cattolica, e si dipana nei decenni fino alla morte del marchese, per poi svilupparsi in complicatissime vicende giudiziarie civili e penali, tra affaristi, avvocati e mediatori.

Vicende che sembrano avere poco a che fare con il messaggio di Cristo, o anche, come si è visto, di Don Giovanni Bosco. Eppure, è così che vanno le cose. E vale la pena, con il prossimo post, di spendere qualche parola in più a chiosa e chiusura di questa incredibile storia.






















7 Ott 2017
L'eredità del "Costruttore di Dio"
Di Alessandro Gerini, marchese, grande proprietario terriero e uno dei principali speculatori urbanistici nella Roma del dopoguerra, si diceva che vivesse solamente per il denaro, «non spendendo praticamente una lira». Celibe, senza figli, «basso di statura, sul metro e sessanta, magro, pizzetto bianco», raccontano che viaggiasse su una vecchia Fiat 1100, e che i polsini e i colletti delle sue camicie si mostrassero spesso lisi e consumati.

Quando il parsimonioso marchese, abilissimo e spregiudicato affarista, morì, il 5 giugno 1990, accadde qualcosa di dirompente e, apparentemente, di impensabile: all'apertura del testamento, si scoprì infatti che Alessandro Gerini aveva deciso di lasciare in eredità tutto il proprio patrimonio ad una istituzione benefica. Ai poveri, dunque? Non proprio. Perché quell'istituzione era una Fondazione ecclesiastica. Ed era controllata dai Salesiani.

Infatti, il rapporto tra il marchese Alessandro Gerini e i Salesiani era molto, molto più stretto rispetto a quanto abbiamo già avuto occasione di raccontare. Non si trattava solamente di utili scambi tra terreni da regalarsi alle parrocchie e appoggi per ottenere le desiderate edificabilità. Le cointeressenze erano molto più dirette.

Occorre infatti sapere che il giorno 26 novembre 1963, il marchese Gerini aveva istituito una fondazione, la "Fondazione Istituto Marchesi Teresa, Gerino e Lippo Gerini", intitolata al ricordo del padre, della madre e del fratello morto prematuramente nel 1947 (la vedova di Lippo era quella Lillian Madelyn Poli che si costruì la villa abusiva, mai abbattuta, a Cecilia Metella). Poco dopo, con decreto della Sacra Congregazione dei Religiosi del 26 febbraio 1965, la Fondazione del marchese assumeva natura di ente ecclesiastico, «per essere stata eretta canonicamente in persona morale ecclesiastica non collegiale». Questa fondazione sarà posta sotto il controllo della Casa Generalizia Salesiana, denominata Direzione Generale Opere Don Bosco, e nel suo consiglio di amministrazione siederanno molti alti esponenti dei Salesiani, tra i quali l'Economo Generale - una figura fondamentale tra i successori di Don Bosco, essendo colui che «dirige lo stato materiale» e «amministra direttamente i beni» di tutta la Società Salesiana.

La Fondazione ecclesiastica, che per statuto dovrebbe «assicurare adeguata assistenza ai giovani appartenenti ai ceti sociali bisognosi», svolge in realtà una funzione importantissima nel meccanismo che abbiamo già avuto modo di illustrare: diventerà il contenitore di parte delle ricchezze fondiarie del Gerini, allo scopo di limitare gli impatti della nuova imposta sugli incrementi speculativi di valore delle aree fabbricabili definita con Legge 5 marzo 1963, n. 246 - approvata dunque solo pochi mesi prima della creazione della Fondazione. La nuova normativa, infatti, prevedeva una gradevolissima esenzione fiscale totale per i terreni destinati al servizio di «istituti di cura, assistenza, beneficenza, di scuole o collegi o di altri istituti di istruzione e di educazione, di enti e case religiose o di edifici di culto», una vera panacea per i conti del marchese.

Il testamento di Alessandro Gerini, dunque, nominava la "Fondazione Istituto Marchesi Teresa, Gerino e Lippo Gerini" quale erede universale del suo immenso patrimonio. Si trattava di una sorta di “riunificazione” di un impero che già, in parte, si trovava sotto il controllo dei Salesiani. Il tutto, naturalmente, a svantaggio dei nipoti, i parenti più prossimi del marchese, celibe e senza figli.

Ma a quanto ammontava la ricchezza che il grande speculatore aveva lasciato in eredità alla Fondazione, e dunque ai Salesiani?

La cifra era - ed è ancora, come vedremo - da capogiro: qualcosa come 1.500 miliardi di lire, calcolati nel 1990. Un valore gigantesco, uno dei più grandi lasciti effettuati all'epoca - e anche oggi - in favore di un ente ecclesiastico. Terreni per 900 ettari - ovviamente situati a Roma, anche quelli, lucrosissimi, destinati allo sviluppo del Sistema Direzionale Orientale - e poi appartamenti, negozi, casali, partecipazioni in decine di società; e ancora depositi bancari, e poi arredi, quadri, preziosi, per un valore stimato, all'epoca, attorno ai 200 miliardi di lire.

Il tesoro del marchese Gerini. Accumulato in decenni e decenni di speculazione edilizia su Roma e sull'Agro Romano, di relazioni con la politica, di cointeressenze con primarie istituzioni ecclesiastiche. Un tesoro che - forse - è solo una porzione di un tesoro ancora più vasto, nascosto altrove. Un tesoro in grado di catalizzare interessi di altissimo livello, e attorno al quale si scatenerà, sin dall'inizio degli anni 1990, una lotta sorda e senza esclusione di colpi, con decine di cause civili, interventi di faccendieri, denunce penali, e rivelazioni che filtreranno anche dall'interno delle stanze del Vaticano. Una vicenda, naturalmente, ben poco raccontata dai grandi mezzi di comunicazione. E che continueremo, ancora, a raccontare.






















6 Ott 2017
Alessandro Gerini: una vita per il denaro
Campagna e terreni agricoli. Edificabilità e lottizzazioni. Rivendita e arricchimento. È questo il copione che il marchese Alessandro Gerini comincia a giocare a Roma, senza requie, senza fermarsi mai. Non c'è zona archeologica che tenga, non c'è area verde o agricola che si possa credere di risparmiare per salvaguardare un ambiente naturale o per migliorare la qualità della vita degli abitanti dei futuri quartieri che saranno a mano a mano edificati.

Tutto è sacrificato all'idea di una accumulazione compulsiva e totalizzante di ricchezza. Temperata, però, dal rispetto delle necessità dell'alleato, quei Salesiani attraverso i quali il marchese Gerini riuscirà a promuovere l'approvazione dei propri progetti edilizi presso il Comune di Roma.

Il meccanismo, collaudatissimo, sarà ripetuto in numerosissime occasioni. I progetti di lottizzazione saranno quasi sempre accompagnati da donazioni di terreni, effettuati dal Gerini in favore dei Salesiani o delle future parrocchie a servizio dei nuovi quartieri, per la costruzione di chiese e strutture religiose. In questo modo, piani regolatori e varianti potranno essere sempre delineati, in Comune, con una grande attenzione per le esigenze del marchese.

L'esempio più eclatante è sicuramente quello della zona di Prati Fiscali / Val Melaina, a nord di Roma. Alessandro Gerini riesce ad ottenere l'edificabilità, sui propri terreni, per un nuovo grande quartiere residenziale ad elevata densità abitativa, senza spazi verdi. Il meccanismo è sempre lo stesso: il “costruttore di Dio” dona ai Salesiani un'area di 100.000 metri quadri, limitata tra quelle che diventeranno Via Santa Maria della Speranza, Via Francesco Cocco Ortu e Via Gaetano Zirardin. Su quella superficie, i religiosi costruiranno la loro grande e prestigiosa Università Pontificia Salesiana. E il resto delle terre dei Gerini sarà reso edificabile, con conseguente spettacolare incremento del valore commerciale dei terreni: un'operazione che frutterà ai fortunati protagonisti - secondo il giornalista Antonio Cederna - 2-3 miliardi di lire dell'epoca.

Ma è al quartiere Tuscolano che Alessandro Gerini riesce a compiere il colpo più grosso, contribuendo così a creare nuove, deformi, concentratissime espansioni di Roma verso sud-est, e fornendo il proprio apporto alla predisposizione di un futuro urbanistico caotico ed invivibile per la capitale.

Già nel 1949, infatti, il marchese riesce a vendere all'INA Casa i terreni sui quali sarà costruito il quartiere popolare del Quadraro, accanto all'antico Acquedotto Felice: 35 ettari edificabili sulla base di un Piano Particolareggiato approvato dal Campidoglio solamente pochi giorni prima della cessione dei terreni, garantendo così a Gerini plusvalenze gigantesche. Venticinquemila nuovi abitanti saranno dunque piazzati nella zona in conseguenza delle nuove edificabilità. Naturalmente, Gerini non si dimenticò di conferire in dono un terreno alle Suore dell'Assunzione, che ancor oggi gestiscono l'omonima parrocchia.

Questo successo non è privo di importanti, piacevolissime conseguenze: ora anche tutti gli altri terreni agricoli di proprietà di Alessandro Gerini e della sorella Isabella, in tutto circa 600 ettari lungo e attorno Via Tuscolana, cominciano ad aumentare rapidamente ed inesorabilmente di valore. Perché l'INA Casa al Quadraro, a questo punto, non rappresenta che il segnale dell'inizio di un processo urbanistico a valanga che nessuno potrà - o vorrà - fermare, e che travolgerà l'intero Agro Romano fino al Raccordo Anulare.

A metà degli anni 1950, sull'altro lato di Via Tuscolana, il marchese Gerini ottiene l'edificabilità delle decine di ettari di terreno che diventeranno il futuro Quartiere Don Bosco, accanto agli studios di Cinecittà, dove saranno collocate ulteriori decine di migliaia di persone. Al centro del quartiere sorgerà una grande basilica, intitolata - guarda caso - a San Giovanni Bosco. E anche all'Appio Claudio, sempre su Via Tuscolana, il marchese non potrà fare a meno di donare alla Chiesa romana un terreno per la costruzione della Parrocchia di San Policarpo.

E si potrebbe continuare. Perché Alessandro Gerini, se avesse potuto avere mano libera, non si sarebbe fermato di fronte a nulla.

Tra la Via Latina e l'Appia Antica, Gerini tenterà infatti di liquidare la mervigliosa Valle della Caffarella, luogo ricco di testimonianze archeologiche, occupato in età romana dal “Triopio”, la splendida villa di Erode Attico. Il tentativo di lottizzazione, che prevede la costruzione di centinaia di palazzine su progetto dell'architetto Luigi Moretti, con passaggio di una nuova strada carrozzabile nel fondovalle, avrebbe del tutto obliterato quello che oggi è un gioiello naturalistico e storico della Roma contemporanea. In questo caso, Gerini tenta di favorire il meccanismo approvativo regalando 60 ettari dell'area allo Stato, riuscendo a far approvare il proprio progetto di lottizzazione sul resto dei terreni di sua proprietà.

Questa volta, però, l'opposizione della società civile fu decisa e determinante: da Antonio Cederna a Italia Nostra, fino all'Istituto Nazionale di Urbanistica e a numerosi intellettuali di fama, tutti si opposero allo sfregio della Caffarella, che avrebbe travolto anche la Regina Viarum, l'Appia Antica, la quale, nei piani comunali, sarebbe stata strangolata da file e file di palazzoni da edificarsi lungo ogni lato di essa, per chilometri e chilometri.

E così, il sogno di Gerini - il sogno di un arricchimento senza fine, ottenuto ipotecando il futuro della città e dei suoi abitanti al solo scopo di accumulare miliardi e miliardi e ancora miliardi - dovette infrangersi contro le poche voci che ancora avevano il coraggio e l'indipendenza di levarsi a difesa del corpo martoriato, svenduto e violentato della capitale d'Italia.

Ma cosa avremmo potuto aspettarci da un uomo il cui sogno - racconta chi lo ha conosciuto - «era quello di rendere edificabile il giardino di Villa Torlonia», il luogo fantastico e ricchissimo di memorie storiche situato lungo la Via Nomentana, dove egli stesso aveva vissuto da bambino?

Alessandro Gerini, raccontano, «viveva per il dio denaro». Una quantità enorme di denaro che, alla sua morte, nel 1990, a novantatré anni, non sarebbe riuscito a portare con sé.

Si aprirà, infatti, con la sua morte, una nuova, incredibile storia. Che coinvolgerà, e quasi travolgerà, anche i Salesiani. Una storia che ben pochi conoscono, e che andremo anch'essa a raccontare.
























5 Ott 2017
Il Marchese, i terreni e i Salesiani
Siamo arrivati all'inizio degli anni 1950. Il marchese Alessandro Gerini è senatore già a partire dal 1948, eletto nella Prima Legislatura della nuova Repubblica come parlamentare democristiano (sarà rieletto altre due volte, fino al 1963).

Dopo la morte della madre, marchesa Teresa Torlonia, Gerini ha ereditato enormi porzioni di territorio, a Roma e nell'esteso Agro circostante.

Tutto è dunque pronto per dare inizio alla grande speculazione urbanistica. Un apposito veicolo societario, denominato T.E.T.A. (Trasformazioni Edilizie Trasformazioni Agrarie) S.p.A., sarà creato da Alessandro e dalla cognata Lillian Madelyn Poli, vedova del fratello Lippo, con l'obiettivo di sviluppare progetti immobiliari nella capitale d'Italia.

Alessandro Gerini si prepara quindi ad una lunga cavalcata, che durerà diverse decine di anni e che contribuirà a trasformare Roma da una città sostanzialmente concentrata all'interno del proprio centro storico, e delimitata esternamente dalle successive espansioni post-unitarie, ad un conglomerato di molteplici insediamenti abitativi ad elevata densità disposti “a macchia d'olio” attorno al nucleo centrale. Con particolare predilezione per specifiche, estesissime aree poste ad oriente e a settentrione della città: i vastissimi possedimenti di TETA e dei Gerini. Senza alcuna remora nei confronti della vocazione agricola o del valore storico-artistico originario di quei territori. E nella totale disapplicazione di qualsivoglia criterio urbanistico.

Ma perché tutta questa inclinazione verso uno sviluppo convulso, inopportuno, sostanzialmente brutale della città di Roma?

La risposta è quella di sempre, quella valida ancora oggi: lo smisurato incremento di valore che un terreno agricolo subisce, dopo essere stato reso - opportunamente - edificabile.

Per capire cosa possa avere significato tutto ciò in termini di favolosi, smodati guadagni, rileggiamo oggi le parole contenute nel resoconto di una seduta del Senato della Repubblica, tenutasi il 20 dicembre 1962:

«Terreni nudi alle distanze [...] dal Campidoglio dagli 11-13 ai 15 chilometri, spuntano prezzi, come nudi terreni agricoli, che non sono mai inferiori alle 700-800 lire a metro quadrato. Un minimo di attività migliorativa porta il valore a 1.500-2.500 lire il metro quadrato. [...] Vogliamo vendere questi terreni? Li vendiamo ad altre società o a privati per fare case di tipo economico o anche villini di lusso e il terreno lo possiamo vendere anche a 10.000-17.000 lire il metro quadrato».

Capite cosa possa avere significato tutto questo? Se il mio nome è Gerini - marchese Alessandro Gerini - e sono proprietario di 850 ettari (8,5 milioni di metri quadri) di inutile terreno agricolo, posso - con una fantastica magìa - trasformarli in miniere di puro oro zecchino. Come? Rendendoli edificabili e guadagnando, in questo modo, una plusvalenza finanziaria pari a circa 150 miliardi. Calcolati al 1962. Calcolandoli negli anni e decenni successivi, i miliardi saranno molti, molti di più.

Non c'è nessun bisogno di costruire. Non c'è alcuna necessità di edificare. Occorre solo fare in modo che quei terreni siano resi edificabili, per cederli successivamente al miglior offerente, il quale si occuperà lui della definitiva cementificazione. Non servono operai, macchinari o impalcature: a rendere i possedimenti edificabili, sono le decisioni assunte dal Comune di Roma.

La chiave della speculazione edilizia si trova, dunque, in Campidoglio. E, in quegli anni, in Campidoglio si susseguono sindaci e giunte espressione della Democrazia Cristiana, giunte sostenute dai voti degli ambienti ex-fascisti vicini, fortemente vicini alla grande proprietà fondiaria.

C'è, però, qualcosa di più. Come è noto, a Roma la strada che conduce alla politica passa attraverso il filtro del Vaticano. E il marchese Gerini sapeva benissimo di non potere ignorare le istanze provenienti dalle grandi istituzioni religiose. In grado di facilitare, ed accompagnare opportunamente, l'iter di approvazione dei mutamenti di destinazione dei terreni, sui quali sarebbero state edificate anche chiese, case generalizie ed oratori.

La scelta della migliore alleanza, nel suo caso, fu suggerita dalla storia stessa del casato Gerini: infatti, la prozia di Alessandro, marchesa Isabella Gerini, a metà del secolo diciannovesimo aveva potuto conoscere personalmente Don Giovanni Bosco, a Firenze, così come in effetti attestato nelle memorie redatte da Giovanni Battista Lemoyne, segretario del futuro santo: «Mentre egli [Don Bosco n.d.r.] usciva dal Duomo si incontrò colla marchesa Gerini, la quale senz'altro gli domandò: - Perché vuol ritornare così presto a Torino? Non potrebbe fermarsi ancora qualche giorno con noi? - I miei giovani mi aspettano [...]».

Fu così che la famiglia Gerini rimase, sempre e attraversando varie generazioni, fortemente legata al culto del santo originario di Castelnuovo d'Asti. Così fortemente legata da consigliare ad Alessandro Gerini l'opportunità di stringere con i Salesiani un patto inossidabile, che porterà le due parti a cooperare sistematicamente nella realizzazione di progetti urbanistici nella città di Roma, nonché ad una tale integrazione tra le rispettive attività da condurre, in anni recentissimi, ad esiti sconcertanti e paradossali. Esiti, naturalmente, ignoti ai più.




























4 Ott 2017
"Il Costruttore di Dio"
La nostra storia potrebbe cominciare proprio come una bella favola: c'era una volta una nobile famiglia, un casato originario di Firenze, che affondava le proprie radici tra i grandi commercianti e i banchieri toscani del quattordicesimo secolo.

Si chiamavano - e si chiamano ancora oggi, dopo una storia lunga oltre settecento anni - i Gerini, una delle più antiche famiglie italiane.

I Gerini erano dunque radicati da secoli in Toscana. Eppure, il nome del Marchese Alessandro Gerini, senatore democristiano, sarà legato all'urbanizzazione selvaggia della Roma del dopoguerra: alle colate di cemento dell'edilizia intensiva, ai palazzi di dieci piani che deturpano Prati Fiscali, Valmelaina, Nuovo Salario, Appio Latino, Tuscolano, Quadraro, Don Bosco, e molti altri quartieri.

Uno dei più lucrosi affari mai realizzati in Italia dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Ma come è possibile che un esponente della nobiltà fiorentina abbia potuto speculare in modo così pervasivo sulla capitale d'Italia, arricchendosi vertiginosamente a danno di generazioni e generazioni - presenti e future - di cittadini romani?

Il colpo grosso, quello che portò i Gerini a Roma, ebbe luogo il 28 aprile 1895: il giorno in cui Gerino Gerini, padre di Alessandro, sposò Teresa Torlonia. Teresa non era solamente una nobile appartenente ad una vorace dinastìa di nuovi ricchi nella Roma dei Papi: era, soprattutto, la figlia di Anna Maria Torlonia, erede unica ed universale della smisurata, principesca fortuna immobiliare accumulata da Alessandro Raffaele Torlonia, l'uomo che aveva portato alle stelle la fortuna del casato grazie ai prestiti bancari offerti alla nobiltà romana, garantiti dalla terra. Una fortuna formata, nella sola Roma, da migliaia di ettari di terreno, suddivisa in decine di tenute agricole, molte delle quali nel territorio dell'Agro Romano e dell'Appia Antica.

Alla morte della madre Teresa, nel 1947, Alessandro Gerini e sua sorella Isabella si trovarono ad ereditare una grande porzione di questa immensa fortuna: circa 850 ettari di Agro Romano, equivalenti ad un enorme quadrato di 3 chilometri di lato, disseminato sul territorio di Roma in una molteplicità di grandi appezzamenti. Un quadrato totalmente vuoto, ripieno solo di campi e prati e rovine archeologiche. Nella città capitale d'Italia.

Un quadrato da rendere edificabile. Moltiplicando a dismisura il valore dei terreni. Ricolmandoli di cemento. Senza lasciare un solo spazio libero. Meglio di una miniera d'oro. Meglio di un pozzo di petrolio. Per accumulare, così, una fortuna prodigiosa.

E il marchese Alessando Gerini, senatore democristiano, l'uomo dal pizzetto bianco e dallo sguardo beffardo, avrebbe ben saputo come realizzare tutto ciò. Grazie all'aiuto e al supporto di un grande santo: Don Giovanni Bosco.






























3 Ott 2017
Quella villa abusiva sull'Appia Antica
Siamo agli inizi degli anni 1960, nel periodo più buio del saccheggio speculativo del territorio di Roma. Siamo in uno dei luoghi più belli della città: la Via Appia Antica, accanto al Mausoleo di Cecilia Metella, celebrato nelle stampe del Piranesi (vedi immagine) e in innumerevoli descrizioni a noi lasciate dai viaggiatori del Grand Tour.

Eppure, qui si costruisce. Una delle antiche torri del Castrum Caetani, la fortificazione che incorpora anche il meraviglioso mausoleo, viene trasformata in una fantastica villa di elevatissimo pregio, posta in una posizione unica al mondo: nel cuore dell'Appia Antica, integrata nelle mura medievali e con vista privilegiata sulla tomba della nobile romana.

Tutto abusivo, tutto privo di permessi. Eppure, la villa viene costruita, e terminata, senza che il Campidoglio e la Soprintendenza intervengano a fermare i lavori. Scoppia lo scandalo, alcuni giornali gridano allo sfregio, alcune associazioni denunciano lo scempio.

Ma nulla accade. Oggi, ottobre 2017, quella villa è ancora lì (vedi immagini).

Chi ha potuto essere così potente da potersi permettere di portare a termine un abuso edilizio così eclatante in un luogo storico così universalmente famoso? Chi poteva considersi, all'epoca, così totalmente intoccabile?

In effetti, quell'abuso non era stato commesso da personaggi qualunque. Il committente della villa era la Marchesa Liliana Poli, o meglio Lillian Madelyn Poli, all'epoca vedova del Marchese Lippo Gerini, appartenente alla potentissima dinastia dei Gerini.

Il cui massimo esponente, in quegli anni, era l'aristocratico Alessandro Gerini, cognato della Poli: l'uomo che decideva il destino di intere porzioni del territorio di Roma. Il personaggio che, speculando senza limiti sull'edificazione della capitale d'Italia nel dopoguerra, accumulò una ricchezza immensa. Una ricchezza in grado, ancora oggi, di mettere in moto forze gigantesche, tra tribunali, congregazioni religiose e il Vaticano. E la sua villa, come si può vedere, esiste ancora. Alessandro Gerini, un nome che - incredibilmente - risulta essere sconosciuto ai più. Proviamo allora a raccontarne la storia.















































2 Ott 2017
Il sacco di Roma
Molti si domandano perché Roma sia oggi quella città invivibile della quale tutti noi facciamo esperienza ogni singolo giorno della nostra vita.

Perché la città si è sviluppata concentricamente in tutte le direzioni attorno al centro storico antico? Perché sono stati creati così tanti quartieri ad elevata densità abitativa, disposti ovunque? Perché il traffico è così perennemente congestionato, con pesantissimi flussi quotidiani lungo ogni possibile direttrice di connessione, con livelli di inquinamento elevatissimi e pervasivi? Perché moltissime aree residenziali risultano essere prive di qualsivoglia polmone verde o spazi per i bambini? Perché la qualità edilizia di tantissime costruzioni è così scadente? Perché ogni singola area libera viene progressivamente occupata con nuovi complessi di edifici o nuovi centri commerciali? Perché il centro storico è stato così pesantemente intaccato e spesso sventrato da costruzioni moderne, in sostituzione dello storico e dell'antico?

Perché questa città non ha potuto sviluppare se stessa in modo da favorire la qualità della vita dei propri residenti, così come accaduto a tante altre capitali d'Europa?

Il prezzo - pesantissimo - che Roma paga ogni giorno, e pagherà per sempre, è connesso ad una storia che nessuna televisione, nessun giornale ha interesse a rievocare: la storia di uno dei più grandi affari italiani del dopoguerra, una storia sconosciuta ai più. La storia della grande speculazione di Roma.

Una storia che avrebbe potuto essere diversa. Basta osservare le immagini proposte in questo post.

Da un lato, Roma come è oggi: con la sua tentacolare, parossistica espansione “a macchia d'olio”, a copertura di ogni possibile spazio libero, e l'inglobamento totale del centro storico in una morsa urbanistica inesorabile, totalmente circondato dalle nuove costruzioni. Una città dove è stato possibile salvare, e solo in parte, la direttrice dell'Appia Antica.

Dall'altro, Roma come sarebbe potuta apparire, se avessero prevalso le indicazioni dei qualificati urbanisti - come Luigi Piccinato, Saverio Muratori, Giuseppe Nicolosi, e altri - incaricati dal Comune di Roma, nel 1957/1958, di redigere le linee-guida del Piano Regolatore della capitale d'Italia. Una Roma vivibile e razionale, disegnata per il bene dei propri abitanti: con un centro storico salvaguardato dall'assalto dei nuovi edifici; e una città direzionale moderna, costruita nei grandi spazi disponibili verso oriente, con una capiente direttrice stradale nord-sud, affiancata da tutti i servizi tipici delle grandi città contemporanee (ministeri, tribunali, grandi alberghi, centri congressuali, grandi ospedali, ampie aree residenziali, parchi estesi ed interconnessi, ecc.).

Ma non è andata così. Ha prevalso la forza degli speculatori, dei grandi proprietari fondiari, dei costruttori, in stretta alleanza con la politica: utilizzare il territorio non per il benessere dei cittadini, ma - tramite la rapina delle risorse ambientali comuni - per l'accumulazione di gigantesche ricchezze in poche, pochissime mani. Ricchezze utilizzate successivamente per consolidare poteri ancora più grandi.

È una storia che non viene raccontata in nessun documentario, perché raccontarla non conviene a nessuno. È una storia della quale pochissime persone conoscono i nomi di coloro che ne sono stati protagonisti, raramente rilanciati dai mezzi di comunicazione: eppure potentissimi - e in grado di influenzare la vita politica nazionale, in modo ben più determinante delle vuote schermaglie teatrali poste in scena, negli scorsi decenni, tra partiti e partitini a beneficio dei mezzi di comunicazione. È la storia del moderno sacco di Roma, il saccheggio che ha arricchito un numero limitatissimo di uomini a danno di milioni di persone.

E cominceremo a raccontarne alcuni aspetti partendo proprio da uno dei protagonisti principali: il Marchese Alessandro Gerini, il Costruttore di Dio.




























MICHELE SANVICO
ITALIAN WRITER
michele.sanvico@italianwriter.it